Auguri di Buona Pasqua


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RigenerAzione Evola.it - Civiltà | P. Rauti - Evola: una guida per domani


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Introduzione della Redazione: l’articolo pubblicato di seguito è il primo articolo, a firma del direttore Pino Rauti, del num. 8-9 (sett.-dic. 1974) della rivista Civiltà, numero dedicato interamente a Julius Evola, scomparso nel giugno di quell’anno. A questo articolo, significativo per comprendere l’influenza di Evola nella c.d. “destra radicale” del dopo-guerra, farà seguito la ripubblicazione integrale di tutti gli altri scritti – approfondimenti, interviste, memorie dell’uomo – apparsi sul numero. Iniziativa che, come RigenerAzione Evola riteniamo doverosa, per rendere omaggio tanto alla rivista Civiltà, veicolo del messaggio della Tradizione, in continuità con “Ordine Nuovo”, quanto a Julius Evola, rendendone vivo – riproponendone i commiati – il ricordo e la funzione, oggi quanto mai, di bandiera, di guida per il domani.

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di Pino Rauti

(tratto da Civiltà, anno II, num. 8-9, Speciale Evola, sett.-dic. 1974)

Quasi sei mesi sono trascorsi dalla morte di Evola e in tutto questo periodo quello che non ha cessato di confortarci è stata l’eco della sua scomparsa. Potremmo riempire tutto questo numero della nostra Rivista, – che ad Evola è interamente dedicato, un’iniziativa che vuole essere più, molto di più, di un semplice atto di omaggio – con le sole citazioni di quello che su Evola è stato scritto nei mesi scorsi, ad opera delle più varie pubblicazioni del nostro mondo umano, culturale e politico, sia in Italia che all’estero. Degli avversari, in questa sede ed in questa occasione, non parliamo: sono stati più che mai “all’altezza – per dirla con Bossuet –  della loro bassezza”, della loro congenita miseria morale e intellettuale, del loro fisiologico cretinismo. Ma su quello che è avvenuto nel nostro “ambiente”, invece, mette conto di insistere, perché è stato sintomatico, perché è importante, perché ha fornito intera la misura di una “penetrazione ideale” che può servire anche – mentre incalzano i tempi di una lotta politica sempre più dura, aspra, oggettivamente pre-rivoluzionaria – da orientamento per il futuro. Di Evola, hanno parlato, hanno scritto moltissimi, ed in questi pochi mesi ce n’è giunta in Redazione una documentazione impressionante: da certi rotocalchi francesi a vasta diffusione a taluni “fogli” ciclostilati che perfino in Svizzera si rifanno alle tesi evoliane; e questo senza dire di tutte le Riviste e giornali nostri nelle varie lingue. In Italia è accaduto lo stesso:oltre ai giornali ed alle Riviste di destra, il nome, l’insegnamento di Evola, sono stati ricordati con rispetto ed affetto nelle più varie pubblicazioni locali, fino a quei coraggiosi bollettini locali che tengono bravamente la prima linea delle nostre idee. Abbiamo letto di Evola in un foglio della CISNAL della Campania e in un’ottima pubblicazione a ciclostile dei giovani missini di Pisa, tanto per fare due soli esempi.

[caption id="attachment_4513" align="alignnone" width="212"]Geo_evola_luglio2016-web Sul Monte Rosa, per rendere omaggio ad Evola[/caption]

Facciamo pure la tara, doverosa e onesta, per quanto, in un simile “concerto” è naturalmente dovuto al fatto “morte“, al semplice episodio della scomparsa fisica di un pensatore e di uno scrittore che in questi anni, a destra, ha disseminato a piene mani libri e saggi e articoli; ne resta pur sempre moltissimo per meditare e far meditare.

Nonostante ogni sforzo, per molti anni di questo dopoguerra Julius Evola era parso pur sempre un “isolato”. Sembrava che su di lui pesasse, ancora e sempre, quel “marchio” di astrattezza e di sofisticato intellettualismo che lo aveva accompagnato per tutto l’arco del Ventennio fascista; pareva che gli alitasse intorno quello stesso, insuperabile “alone di incomunicabilità” che lo aveva relegato, allora, ai margini quando non addirittura fuori della cultura cosiddetta “ufficiale”.

Parliamoci chiaro, e diciamo le cose come stanno. Gli imbecilli non mancano neppure nelle nostre file; anzi, si può dire che sono talvolta i più rumorosi tra noi, e i più apparentemente dinamici e verbosi. E se, prima, l’ostracismo ad Evola era durato un ventennio, adesso è da trent’anni che lo si è tentato, attuato e portato avanti, con la terribile costanza che hanno le mezze tacche intellettuali quando debbono “rosicchiare” qualcuno, qualcosa, più grande di loro.

Certo, l’errore fatto al riguardo nel Ventennio fu grande, è stato davvero clamoroso. Noi non esiteremmo a segnalarlo, come tra i maggiori commessi allora, e fra i più gravidi di conseguenze negative anche lontanissime – ma solo a prima vista, solo alla solita vista miope e mediocre, che non sa mai cogliere i legami inscindibili tra i fatti e le idee – da quel piano meramente culturale su cui oggi ci è facile annotarlo. Ci fanno ridere, o sorridere, gli avversari cheparlano di “errori” del fascismo; non sanno nep-pure quel che si dicono, dal nostro, davvero nostro, punto di vista. A costo di scandalizzarli ancora una volta (e di aumentare di chissà quanti e quali pagine il già ponderoso “dossier” che ci riguarda e che zelanti magistrati democratici e antifascisti stanno continuando a tenere in bella evidenza), ecco che lo scrivente, di quegli “errori” uno ne ammette ufficialmente: appunto, di non aver fatto del pensiero politico evoliano non tanto la “dottrina del regime” quanto, e soprattutto, di non averne fatto il vessillo della seconda guerra mondiale, per come andava proposta alla gioventù di tutta Europa.

Perché c’era, nelle tesi evoliane – ovviamente sfrondate dall’attualismo meramente pubblicistico degli articoli più legati alla contingenza – c’era, intendiamo, nella sostanza del sua pensiero, nel suo possente corpus ideologico-dottrinario, nella forza educatrice e fascinante del suo richiamo alle Tradizioni più alte e più nobili di tutto il nostro Continente, c’era il supporto solidissimo – e infrangibile – per le dimensioni meta-politiche, addirittura metafisiche di quel conflitto. A cosa sarebbe servito, in pratica? Sarebbe stato, davvero, importante? Ecco, a costo di scandalizzare ancora, chi scrive è convinto che sarebbe stato enormemente importante; forse addirittura decisivo. Una maggiore diffusione del pensiero evoliano (non diciamo egemone, non diciamo neppure preminente, ma soltanto adeguata al suo intrinseco peso specifico nei confronti di altri filoni culturali del Fascismo che,non meritandolo, andarono tuttavia per la maggiore) avrebbe dato ben altra solidità allo Stato, ben altra incisività e lucidità alla battaglia di quel Regime, e si sarebbe naturalmente trasfusa anche nelle vicende belliche. Nessuno è ancora riuscito a togliere dalla testa a chi scrive, che proprio quegli errori di impostazione culturale, proprio quelle deficienze – in una con la facilità di esprimersi e di articolarsi che essi crearono a forze reazionarie, oscure e sovversive – ci condussero ad avere uno strumento bellico largamente inadeguato, venuto che fu il momento della disperata tensione bellica, degli sforzi supremi e delle scelte di fondo.

[caption id="attachment_4514" align="alignnone" width="300"]“Fuor dai piccoli schemi solamente “patriottici” che poi condussero all’impostazione suicida delle “guerre parallele” […] sarebbe servita una più decisa assunzione del pensiero evoliano proprio in ciò che esso aveva di altamente evocatore della tradizione organica e unitaria dell’Europa.” “Fuor dai piccoli schemi solamente “patriottici” che poi condussero all’impostazione suicida delle “guerre parallele” […] sarebbe servita una più decisa assunzione del pensiero evoliano proprio in ciò che esso aveva di altamente evocatore della tradizione organica e unitaria dell’Europa.”[/caption]Ad esempio, per capirci: per la nostra guerra, guerra in Mediterraneo, nel Medio Oriente, nei grandi spazi del Nord Africa e dell’Africa Centrale, avevamo bisogno di uno strumento bellico basato sull’aviazione e sulla Marina, con un esercito “coordinato” ai primi due fattori e costituito essenzialmente da paracadutisti, reparti da sbarco, forze integrate motocorazzate; e invece, quella cultura ci dette quello Stato Maggiore: lo Stato Maggiore badogliano, di stampo “piemontese”, ancora legato agli schemi delle masse umane e della guerra di trincea del ’15-’18. Di più: uno Stato Maggiore “massonico” che al fascismo ed al suo regime pensò sempre in termini di potenziale alternativa di potere, come si vide il 25 luglio e l’8 settembre del 1943. E ancora; avevamo una sola possibilità di vincere quella guerra: trasformandola subito in guerra dell’Europa e mobilitando tutte le energie del Vecchio Continente contro i “blocchi” sovietico e statunitense che ci si stavano serrando addosso, prima che la loro brutale superiorità in materie prime e mezzi materiali potesse avere il tempo di organizzarsi, di condensarsi. Anche a questo scopo, fuor dai piccoli schemi solamente “patriottici” che poi condussero paro paro all’impostazione suicida delle “guerre parallele” perfino tra Italia e Germania, e vellicarono il “particolare” di ogni altra Nazione europea – anche a questo scopo, sarebbe egregiamente servita una più decisa assunzione del pensiero evoliano proprio in ciò che esso aveva di altamente evocatore della tradizione organica e unitaria dell’Europa: imperiale e gerarchica, spirituale e ghibellina, eroica, ascetica e aristocratica, tutta centrata sui valori del metafisico e del sovrasensibile.

In sintesi: se ci fossero stati, allora, più giovani “evoliani”, in Italia, e fuori, li avremmo avuti tutti, certissimamente e sino alla fine, nei reparti d’assalto europei; non li avremmo davvero visti, come invece accadde a tanti, alzare le mani alle prime ritirate, crollare alle prime fluttuazioni del fronte, arrendersi più o meno ignominiosamente e poi magari finire, come è pure avvenuto massicciamente, nelle file delle varie intellighentie demo-liberali o marxiste. E non si creda che stiamo, in qualche modo, divagando; siamo esattamente al punto, alla per noi fondamentale, essenziale, sempre valida esigenza,di premettere a ogni battaglia, contemporanea – in borghese o in divisa, politica o militare – i più solidi, limpidi, lucidi riferimenti d’ordine etico-dottrinario. Altrimenti, si costruisce sulla sabbia o, per quanto ci si affanni, secondo il malvezzo nostrano di far retorica, gesticolare e far scena  non si costruisce affatto.

Ma se l’ostracismo dato allora ad Evola – in quanto pensiero “essenziale” sullo Stato, su un certo ventaglio di ipotesi costituzionali da discutere e realizzare per le tipologie dei regimi degli Anni Trenta europei, sui punti di riferimento “supernazionali” da far valere miticamente, alla Sorel, per tutto il Vecchio Continente – in fondo si comprende  (pur se non si giustifica) avuto riguardo al livello medio culturale di allora nel nostro campo e alle pesanti ipoteche dell’Ottocento che, ancora così prossimo, vi spadroneggiava in termini dottrinari; che dire del trentennio successivo?

Molti del nostro ambiente sono dovuti arrivare al 1969, alla “contestazione globale”, alla critica dilagante al consumismo, alle piazze nereggianti di giovani, soprattutto studenti, per tornare ad afferrare nei suoi contorni precisi come e quanto può valere un mito di battaglia; amara constatazione da farsi, visto che proprio essa era stata la motivazione psicologica più proficua acquisita, tra il Venti e il Trenta, in tutta Europa, dalla destra rivoluzionaria.

Sorprendente a constatarsi, addirittura scandaloso – ma solo per i “praticoni”, per i professionisti “burocratici” del far politica, oltre che per gli ignoranti belli e buoni che non avevano letto un prima né dopo il 1945 – sorprendente e scandaloso, dunque: le università, le piazze, città intere entrarono in febbrili convulsioni perché, per anni e anni quelle tossine sovversive erano state accuratamente diffuse per ogni dove da centinaia di riviste, da migliaia, diecine di migliaia di fogli, foglietti, opuscoli, dispense e libri. E i nomi che stavano dietro tutto ciò? Erano di filosofi e di pensatori, tipo Adorno e Horckeimer, e soprattutto tipo Marcuse.

[caption id="attachment_4515" align="alignnone" width="300"]Il “mito” Marcuse Il “mito” Marcuse[/caption]

Sì, lo sappiamo benissimo che, dietro la “contestazione” c’erano anche un’infinità di altre cose;gli innumerevoli «apparati» dell’imperialismo sovietico, la sua multiforme spinta espansionistica, immensi mezzi che da quella costante pressione dipendono e sono lanciati e rilanciati senza sosta a trasformare in breccia ogni fessura che si apra nel mondo occidentale, nella “trama” della sua vita sociale, civile e culturale; e sappiamo anche che, sempre dietro le quinte, andando di pari passo con l’estremismo piazzaiolo e barricadiero, si sono articolati i minacciosi tentacoli del terrorismo neo-anarchista e maoista che, specie in Italia – ma anche in Francia, in Germania, in Belgio – hanno insanguinato la lotta politica di questi anni, a cura specifica – questo è il nostro parere – di appositi servizi speciali russi e tedesco-orientali; ma nonostante tutto questo, non sottovalutiamo affatto il dato culturale, la dimensione propriamente culturale di quello che è accaduto.

Nell’epoca moderna, fortemente ideologizzata, vale più che mai l’espressione di Napoleone, secondo la quale le rivoluzioni sono delle idee che trovano delle baionette. Quali che siano i mezzi “tecnici” entrati in scena e in azione, o rimasti dietro le quinte a fornire i necessari supporti organizzativi, vi è pur sempre bisogno, in questi nostri tempi, di un supporto ideale, di una base culturale. Ebbene, a destra, per una destra che avesse voluto e avesse saputo uscire dagli schemi un po’ routiniers della lotta politica per come si era venuta determinando un po’ in tutto l’Occidente nel corso degli anni ’50 e per buona parte del decennio successivo – gli anni dei “miracoli economici”, del consumismo fine a se stesso, delle illusioni sullo sviluppo indefinito da avvolgere nella bambagia del neo-capitalismo – a destra, dunque, c’era un pensatore, uno scrittore, un ideologo, che avrebbe potuto fornire tutte le armi ideali occorrenti, tutta l’architettura dottrinaria che era necessaria, almeno come punto di partenza o di riferimento.

Evola, appunto; inchiodato sul suo letto sin dal 1945 ma ancora incredibilmente “vitale” ed attivo oltre la parziale paralisi del suo corpo ferito e piegato per sempre da una bomba sovietica a Vienna. Singolare tipo di “filosofo”, di pensatore, di ideologo, che veniva a noi direttamente dalle trincee della seconda guerra mondiale, e che ben avrebbe potuto diventare – ancora vivente – un “mito”, se non altro per il suo impegno nel conflitto. Perché i “miti” degli altri, in fondo, a guardarli da vicino, cos’erano, cos’erano stati, da dove erano venuti? Intellettuali della specie più libresca, e “impegnati”, al massimo, nelle apostrofi e nelle invettive comiziali, si erano comodamente auto-distillati nelle biblioteche di asettiche Fondazioni, magari neocapitalistiche, all’ombra della stessa società che andavano a contestare e a far contestare, anzi nelle sue “pieghe” più confortevoli e ben retribuite, balzati sulla crosta dell’onda rossa ma tutti onusti di stipendi e diarie, gettoni di presenza e diritti d’autore, ampiamente rimpannucciati dagli introiti delle interviste a giornali, radio e Tv dell’odiato Occidente. Strani «profeti» dell’estremismo rivoluzionario, che quando si spostano viaggiano solo nelle prime classi degli aerei, scendono solo negli alberghi più lussuosi, a contatto di gomito con industriali e finanzieri, anch’essi “vip”, come quelli che più frequentano, naturalmente contestandoli.

Colui che poteva diventare il “nostro” profeta, ci veniva direttamente dalle macerie della Vienna assaltata dall’Armata Rossa; ma quasi nessuno, nelle nostre file, sapeva neppure che Evola era stato tra i primi, e tra i pochi, ad accogliere Mussolini quando egli era arrivato in Germania, dopo la spettacolare liberazione sul Gran Sasso adopera di Skorzeny; e che in Germania ci stava da dopo il 25 luglio intento ad un profondo lavoro culturale che lo aveva portato a contatto con gli esponenti più rappresentativi della cultura tradizionale di tutta la nostra Europa, un lavoro iniziato da anni e ancora tutto da scoprire, da riscoprire e valorizzare.

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Era stato, il suo, un “itinerario della spirito” (prima e più ancora che della semplice “cultura”) che lo aveva portato a contatto con uomini e ambienti che, in seguito, avrebbero lasciato tracce consistenti e significative nel dramma dell’Europa. Un itinerario affascinante, sul quale sappiamo poco, pochissimo, perché anche con coloro che gli sono stati in questi ultimi anni più vicini, Evola non parlava quasi mai di quelle sue “esperienze”. Eppure, si sapeva, si era via via saputo, che pochi come lui erano riusciti _ per esempio – a penetrare negli ambienti più “segreti” degli Alti Comandi delle SS, là dove si tentava la “europeizzazione” del nazismo e si muovevano le file di disegni politici “strategici” a livello continentale, la cui parte apparente, emergente, era rappresentata dalle diecine e diecine di “Divisioni d’assalto” a reclutamento europeo che cominciarono a dare una “dimensione” diversa alla stessa guerra, dal 1943 in poi; che era stato a lungo, in visita attenta, non da semplice spettatore, nei famosi – e ancor oggi del tutto sconosciuti – “Castelli dell’Ordine”, gli «Ordensburgers» delle Waffen SS, dove i quadri superiori di quei reparti “europei” ricevevano un’istruzione culturale e dottrinaria molto diversa – si potrebbe dire “esoterica”, nel senso di superiore e riservata – da quella stessa ufficiale del nazismo; che aveva incontrato e conosciuto bene tutti i capi e gli esponenti del cosiddetto “fascismo europeo”, da Quisling a Codreanu a Mayol de Lupé.

Codreanu, nella Casa Verde che i suoi “legionari” avevano costruito da soli, al termine della visita gli aveva offerto – dono raro da parte del “Comandante” – un distintivo in oro della Guardia di Ferro, quello che portava come simbolo le sbarre di una prigione. Edi lì a poco, a centinaia, a migliaia finivano in prigione le Camicie Verdi, torturate e massacrate da Re Carol – l’uomo di fiducia delle Logge massoniche di Parigi – mentre lo stesso Codreanu veniva tratto dalla cella solo per essere strangolato in una foresta e gettato in una fossa di calce viva.

[caption id="attachment_4517" align="alignnone" width="300"]La “Charlemagne” La “Charlemagne”[/caption]

Anche Mayel de Lupé era stato tra i suoi interlocutori preferiti; e fu da Evola stesso che apprendemmo qualche avaro particolare – prima ancora di leggerne in alcuni libri francesi -su questo singolare “personaggio”, un Cardinale di Santa Romana Chiesa, forte di un “rescritto” personale di Pio XII, fu il Cappellano militare della “Legione dei Volontari francesi” prima e della Divisione d’assalto “Charlemagne” poi, sul fronte orientale: a torso nudo, sul petto, il mitra e la Croce d’oro e di diamanti insegna del suo alto rango religioso, erede di una delle più illustri famiglie “Vandeane” di Francia, i cui esponenti erano caduti combattendo contro i giacobini, Mayol de Lupé seguì fino all’ultimo le sorti dei suoi reparti, che furono poi tra gli ultimi difensori – insieme a norvegesi e danesi – della Cancelleria di Berlino. Ancora nel maggio del ’45 – altro episodio ignorato – un battaglione di quei francesi raggiunse una isolata zona montuosa dell’Alto Adige, allo sbocco del valico di Resia, e lì si sciolse ordinatamente, defluendo tra le “maglie” dell’occupazione alleata, aiutato in tutti i modi dalla popolazione locale. Il Cardinale de Lupé, messi in salvo gli uomini, andò a battere alla porta di un monastero nascosto tra i boschi, presso Glorenza – che, molti anni dopo, solo per fortuito caso turistico, ritrovammo e visitammo – ancora battagliero e polemico, come era sempre stato sia di fronte ai suoi interlocutori della Curia Romana che di fronte a Himmler; al Priore che, non potendo rifiutare l’asilo a così alto prelato voleva almeno mettersi in pace la coscienza e, già presago dei “dialoghi” che sarebbero venuti, gli rimproverava la sconfitta: “ci hanno schiacciato – rispose secco – le armi degli altri, non le loro idee!”. Poi, si richiuse in preghiera, non volle parlare più con nessuno, e rientrò in Francia, dove, sempre in silenzio, morì qualche anno dopo.

Ecco da dove ci “veniva” Evola, da un ambiente di “giganti”, di autentici atleti dello spirito e della cultura europei, da un mondo drammatico e tormentoso, con vette e abissi da vertigine. Altroché Adorno, altroché Marcuse, altro che la “scuola sociologica” di Francoforte! Ma noi non lo conoscemmo cosi, noi non lo “incontrammo” così. Tutte queste cose, le apprendemmo poi, man mano che ci addentravamo, di pari passo, nello studio dei suoi libri e nell’analisi di certe “dimensioni” ancor oggi sconosciute del secondo conflitto mondiale.

Ci sono stati – anche questo è importante ricordarlo, è significativo in un senso non certamente banale e meramente rievocativo – ci sono stati, dunque, diecine di giovani romani di destra, per lo più studenti, per lo più reduci dalla RSI, che “incontrarono” Evola attraverso i suoi libri, e quei libri lessero nelle celle della prigione romana di Regina Coeli. Infatti, per chissà quale flusso e riflusso della lotta politica, negli anni tra il 1946 e il 1950, nella biblioteca di Regina Coeli, v’erano alcuni libri di Evola. Fu li che molti di noi lo conobbero per la prima volta, tra una detenzione e l’altra. Allora, nelle carceri non imperversava la contestazione sovversiva che vuole i “politici” immersi, come tanti maoisti “pesci nell’acqua” nell’ambiente dei delinquenti comuni, tra ladri, rapinatori,sfruttatori di femmine e simili, assunti e riguardati come  “vittime della società”; d’altronde, i politici erano soltanto di destra – all’incirca come sta accadendo adesso – e venivano tenuti separati dagli altri detenuti, in appositi “bracci”. E al famoso, e famigerato, “quarto braccio” di Regina Coeli, dove centinaia di giovani nostri passarono, a rotazione, in quegli anni, alcuni di noi scoprirono per caso che si potevano avere dalla biblioteca alcuni libri mai conosciuti prima. (Poi, nel 1950, anche Evola venne a Regina Coeli, ci venne personalmente; da detenuto, intendo; arrestato – insieme a una quarantina di noi, tra anziani e giovani – per una delle prime applicazioni di quelle “trame nere” che in seguito il regime, passando dalla fase artigiana di allora a quella più industriale di oggi, non avrebbe mai cessato di inscenare ai nostri danni).

Comunque, solo molto tempo dopo aver letto i suoi libri noi – che lo credevamo morto durante la guerra! –  eravamo riusciti, casualmente, ad apprendere che, invece, era vivo; paralizzato ma vivo, e addirittura a Roma, al centro di Roma, in una vecchia casa di cui poteva pagare l’affitto solo perché una generosa amica gliela aveva conservata a fitto bloccato; e solo dopo molti mesi di detenzione riuscimmo a rivederlo, portato nell’aula della Corte d’Assise dove si tenevano le udienze del nostro comune processo, perché, date le sue condizioni, era stato tenuto sempre all’infermeria di Regina Coeli.

[caption id="attachment_4518" align="alignnone" width="189"]Francesco Carnelutti, noto avvocato e giurista che, pur di estrazione liberale, si offrì di difendere Evola nel processo-farsa intentato ai danni del Barone. Leggi qui l’arringa Francesco Carnelutti, noto avvocato e giurista che, pur di estrazione liberale, si offrì di difendere Evola nel processo-farsa intentato ai danni del Barone. Leggi qui l’arringa[/caption]

Non entrò in aula, Evola; vi fu portato a braccia; e poiché in tutto il carcere e neanche a Palazzo di Giustizia era stato possibile reperire una sedia a rotelle o qualche aggeggio simile, nell’aula lo “introdussero” quattro detenuti comuni trasformati in infermieri, che lo trasportarono disteso su un telone. Poi, aiutato, Evola si issò su una sedia, inforcò il suo monocolo e si guardò intorno, con quei suoi occhi straordinari, vivissimi, lucidissimi, quelli stessi che avevano visto gli “Ordensburgers”, i Castelli dell’Ordine della Pomerania, e la rovina di Vienna, e Codreanu e tante, tante cose ancora; e che adesso ispezionavano con divertita curiosità l’aula della 1a Sezione della Corte ,d’Assise di Roma. Ricordo cbe si era offerto di difenderlo –  gratuitamente, perché Evola non aveva una lira, esattamente come tutti noi – Carnelutti che, seguito da un codazzo di assistenti, di estimatori, di giovani di studio (tra il pubblico, per Carnelutti che prometteva faville, diecine di signore-bene della Roma salottiera e mondana che, allora, non s’era ancora incanaglita come oggi, e apprezzava questo tipo di processi), pronunciò per il suo cliente una delle sue arringhe più belle, più entusiasmanti. Ma <<anche delle più difficili>>  –  confessò poi – perché, per difendere bene Evola, da quell’onesto liberale di destra che era, non poteva non parlare anche di noi,delle nostre piccole e scatenate “riviste” di allora; e noi dal box dove ci avevano tolto le manette (<<ma state, dunque, zitti! – ci disse a un certo punto – protestate anche contro di me, che sto tentando di salvarvi!>>) lo interrompevamo, ogni qualvolta ci sembrava che ci “dipingesse”, sia pure per dovere e scrupolo e artifizio di difensore appassionato, meno “ortodossi”, dal punto di vista dottrinario, di quel che a noi importava, nonostante tutto, apparire.

Da allora, da quegli anni, da quelle singolari esperienze, una parte non indifferente – né come numero né come qualità – della gioventù di destra, diventa “evoliana”; nel senso che si rifece alle tesi culturali e dottrinarie di Evola. Non sempre lo fece bene, naturalmente, come accade sempre tra i ventenni; vi furono sciocchezze e ingenuità, rozzezze inutili e riferimenti sbagliati, come pure estremismi del tutto infantili o meramente “giovanilistici” che erano, nella sostanza, agli antipodi di una corretta interpretazione di quelle tesi. Ma chi vorrà scrivere un giorno la vera storia culturale della destra italiana in questo dopoguerra, dovrà ampiamente tener conto di questa singolare “alleanza”: tra la gioventù più accesamente di destra e un pensatore che, invece, durante il Ventennio, non aveva mai avuto i giovani accanto a sé.

Poi – durante e dopo la “contestazione”, i vari “maggi” del ’68 e del ’69 in Francia, in Germania, in Italia – Evola cominciò a diventare il punto di riferimento di ambienti sempre più vasti, non soltanto giovanili e “attivistici”; avvenne, altro fenomeno singolare, che quelle stesse opere che durante il Ventennio erano state pochissimo lette ed anzi erano rimaste quasi del tutto sconosciute intermini di diffusione, conobbero tirature notevoli, crescenti, da migliaia di copie. Ci fu, anzi, a un certo punto, un vero e proprio “boom” di Evola, con la ristampa di tutti, o quasi tutti, i suoi libri; alcuni da grosse case editrici, altri ripresi e stampati addirittura all’insaputa dello stesso autore, con iniziative del tutto “spontanee”, da gruppi giovanili di base e della nostra periferia politica, che cosi volevano rendersele, e renderle, più accessibili.

[caption id="attachment_4519" align="alignnone" width="300"]Il palazzo romano dove abitò Julius Evola, in Corso Vittorio Emanuele n. 197 Il palazzo romano dove abitò Julius Evola, in Corso Vittorio Emanuele n. 197[/caption]

Ad Evola, aristocratico in tutto, tutto ciò non piaceva molto. Sapeva un po’ di “supermarket”,` di smercio indiscriminato, di consumo di massa; più volte ci pregò di intervenire, e lo facemmo, anche; ma, verso la fine, quando notò che il fenomeno si estendeva a macchia d’olio, non ce ne parlò più. Forse, in fondo, gli faceva piacere scoprire che, per laprima volta e proprio quando ormai sentiva di esser giunto al termine della sua esperienza terrena, avveniva tra le sue “idee” e un pubblico così vasto, così entusiasta, per lo più giovane e ardente e battagliero, quell’incontro che, prima, non si era mai verificato. È stato così che, senza volerlo, senza far nulla in tal senso, forse senza neppure accorgersene nella sua “fissità” da inchiodato tra quattro mura, sempre in quelle stanze, diviso solo tra il letto e lo scrittoio – Evola è diventato un “vessillo” per la destra; per la destra giovane e rivoluzionaria, intendiamo: uno – per dirla con una sua espressione – da «linee di vetta››.

Ma dell’uomo Evola, anche, va detto; e ricordato qui, in questa occasione. Con discrezione e misura, sia pure, per non allontanarci dal suo “stile”, che relegava duramente ai margini tutto quel che aveva attinenza all’«umano, troppo umano››. Solo per annotare che quell’uomo, paralizzato da trenta anni, padroneggiando con volontà davvero superiore, le sue incessanti sofferenze fisiche, ha continuato per trent’anni a scrivere a pensare, a tenere corrispondenza fervida e lucida, a ricevere e a parlare; ad “insegnare”, insomma.

Negli ultimi anni, le sue condizioni si erano aggravate; piaghe dolorose, irriducibili, si erano fatte avanti nella parte paralizzata del suo corpo; ma la lucidità delle idee e la volontà di “fare” ancora qualcosa, di continuare la stessa battaglia, non erano affievolite in lui. E così se n’è andato: chiedendo solo, alla fine, di essere alzato ancora una volta, un’estrema volta; di poter raggiungere ancora quello scrittoio che era diventato da tre decenni la sua trincea ideale, per potervi morire accanto, ma in piedi.

Perché Evola è diventato, oggi, finalmente, così “diffuso”? Perché viene tanto letto e citato, dopo così lunghi periodi di ostracismo, di emarginazione, di incomprensione o addirittura di irrisione?

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Anche questo non possiamo non chiedercelo, nel dare alle stampe un numero della nostra Rivista interamente dedicata a lui. E anche qui, dobbiamo parlar chiaro. Perché Evola dà alla destra, mette a disposizione della battaglia politica della destra, quello che essa non ha mai avuto in senso dottrinario, e cioè di compiutamente organico: una concezione dell’uomo e del mondo, una “visione” globale che può diventare, che ha in sé tutti i presupposti per diventare, un “mito” e una bandiera. intendiamoci: Evola ha avuto una “produzione” sterminata: trenta libri, trecento saggi, alcune migliaia di articoli. Aggiungendovi anche l’epistolario e altri scritti comparsi all’estero, inediti in Italia ma pur sempre reperibili, una sua eventuale “opera omnia”, consterebbe di almeno sessanta-settanta volumi: e certamente, in questa congerie immensa bisognerà distinguere quanto fu legata alle varie contingenze e alle stesse “fasi” del suo iter spirituale e culturale. Ma, per quanto ci risulta da lunghe letture, siamo già in grado di affermare che poco, davvero poco, è catalogabile sotto l’etichetta di quel che a ogni pensatore capita di scrivere in termini meramente “giornalistici”, e cioè caduchi. Quand’anche si sia fatta una simile sottrazione, resta pur sempre un’autentica e colossale “miniera” di idee, di tesi, di interpretazioni della storia, di riferimenti al metafisico e al sovrasensibile, di spunti e orientamenti “sociologici” sulla civiltà moderna, sul Medio Evo, sulle dottrine religiose, sui problemi del sesso e del costume moderni, sul mondo indo-ariano, o altre cose ancora che fanno di Evola, a nostro avviso, uno dei più grandi pensatori europei, e non solo di questa nostra epoca ma di tutti i tempi. E basti osservare qui – pur se l’argomento richiederebbe ben altro spazio – che, per esempio, Evola ha scritto sulle religioni antiche e sulla religiosità orientale, sul buddismo e sull’induismo, sulle “tecniche iniziatiche” e sulla magia, sull’alchimia e sulla filosofia antica, migliaia di pagine sulle quali non c’è stato “specialista” e accademico “settoriale”, che abbia potuto trovare una sola imprecisione, un solo errore, una sola superficialità; a dimostrazione di una padronanza assoluta anche di questi specifici argomenti, che ha davvero del prodigioso, e che un giorno troverà certamente critici e analisti più serrati e dotati di noi per dirne come essa merita.

Per quello che attiene al campo, diciamo così – con una immagine che però ci sembra già abbastanza riduttiva – della “coltura politica”, il pensiero evoliano non può non essere definito come il più coerente, il più organico, il più completo mai apparso sulla scena della destra.

Anche qui, un solo esempio tra i tanti, i tantissimi che si potrebbero citare spigolando tra le sue pagine con l’occhio bene attento alla data di uscita delle sue opere; e riprendendo, per concluderlo, il ragionamento già avanzato all’inizio, sul singolare “vuoto” che si causò il Ventennio, ignorando Evola e le sue tesi. Il libro più completo di Evola, dal punto di vista della cultura politica, è: Rivolta contro il mondo moderno.

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Ebbene è semplicemente sbalorditivo leggere, oggi, quelle pagine e pensare, meditare, sul fatto che esse comparvero nel 1934, in un anno, cioè, in cui assolutamente nulla lasciava prevedere quel che poi sarebbe accaduto. Il fascismo, allora, era ancora quasi del tutto legato alla sua matrice “patriottica” e reducistica; Hitler e il nazismo erano appena giunti al potere in Germania; il mondo occidentale stentava a riprendersi dal “ciclone” distruttivo scatenato dalla Grande Crisi americana del 1929, e tutta la politica internazionale era dominata dal “nodo” centro-danubiano, che vedeva Italia, Francia e Inghilterra ruotanti attorno ai problemi posti dall’Austria, dall’Ungheria, dalla Iugoslavia. Si era, insomma, in pieno dopo-Versailles, con iniziative, metodi e schemi mentali che, rivisti adesso, sanno tanto di diciannovesimo secolo. Di lì ad un anno, con l’impresa etiopica, tutta la storia europea, e quindi mondiale, avrebbe subìto non solo una brusca accelerazione ma una vera e propria impennata; e tuttavia, pochi – pur tra i maggiori protagonisti – sembra siano stati esattamente coscienti delle forze dirompenti che si sarebbero scatenate entro pocbissiino tempo, fino a scatenarsi nel vortice della seconda guerra mondiale.

Eppure nel libro di Evola – e crediamo davvero di poter aggiungere che ciò avviene solo in quel libro, fra le centinaia di libri di cultura politica che in quel periodo uscirono in tutta Europa – vi è la esatta, lucidissima premonizione di quanto sarebbe accaduto. Come, sempre a titolo esemplificativo, nel capitolo su americanismo e bolscevismo, che può definirsi addirittura profetica. Evola, dunque, previde con precisione assoluta che si sarebbe giunti fatalmente ad una alleanza tra Stati Uniti e Russia Sovietica, anzi aggiunse che quella alleanza era «nella natura delle cose» date le premesse «unitarie» alle quali si ispiravano sia il liberalismo democratico e capitalistico, sia il comunismo sovietico e collettivistico. Un altro scbieramento, un altro “fronte” si andava enucleando in Europa e nel mondo, tra Italia, Germania e Giappone; e tra i due “blocchi” l’abisso era ideale e dottrinario, di concezione dell’uomo e del mondo, appunto. La Russia e gli Stati Uniti, se non battuti, avrebbero formato le due branchie di una stessa tenaglia, destinata a stritolare l’Europa, a farla scomparire non solo come forza politica ma come “portatrice” di un certo modello di società e di civiltà, come “nocciolo” capace di ripetere in forme nuove adeguate ai tempi, moduli di esistenza e di organizzazione socio-politica che si riallacciassero alle sue Tradizioni, spirituali e gerarchiche.

[caption id="attachment_4522" align="alignnone" width="300"]in-piedi-fra-le-rovine-1160x653 Noi non abbiamo paura delle rovine![/caption]

Ma c’era ancora di più, che passò stranamente inosservato, e che – invece – se ben valutato avrebbe potuto essere aggiunto, a rettificare, ad orientare meglio, a rendere più incisive e funzionali le scelte del Regime, sia in politica interna che in politica estera, con i necessari “riflessi” sulla nostra stessa strutturazione militare: la “ripresa” di certi valori tradizionali e spirituali, era in netta antitesi con tutto l’orientamento del mondo contemporaneo, quale si era “costruito” da secoli, e più direttamente dal tempo della Rivoluzione francese; la lotta sarebbe stata aspra, dura, totalitaria; non v’era spazio per compromessi o accordi tattici, se non temporanei; in giuoco erano i destini del mondo e dell’umanità. Solo noi potevamo imprimere una “sterzata rivoluzionaria” all’epoca contemporanea, perché altrimenti, spingendosi alle sue estreme ma logiche conseguenze, affermava Evola «tutta questa civiltà di titani, di metropoli di acciaio e di cemento, di masse poliartiche e tentacolari, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta».

Sono passati gli anni, sono passati i decenni; e adesso vediamo che quella “tenaglia”; adesso, adesso solo cominciamo a percepire l’infinita serie di “valori” che nella sua stretta sono stati e sono, schiacciati; adesso e solo adesso ci rendiamo conto di quale e quanta “civiltà” – nel senso di capacità dello spirito a padroneggiare,a  nobilitare la vita degli uomini e dei popoli – sia andata perduta; verso quali estremi lidi si stia, tutti noi occidentali, navigando e naufragando. Adesso si scoprono i drammi ecologici, come rottura gravissima arrecata all’equilibrio dal delirante sviluppo industriale; si scopre la follia insita nella corsa indefinita del “progresso” scienti-fico e tecnologico; si lanciano gli slogan: tipo «metropoli-megalopoli-necropoli››; si riempiono le librerie con diecine di opere sulla crisi che minaccia di travolgere i “grandi sistemi” contemporanei.

Era stato tutto scritto, tutto previsto nelle sue linee essenziali, tutto “pensato”; e tutto ciò è avvenuto, con decenni di anticipo, sul fronte della cultura di destra.

Per questo non “commemoriamo” banalmente; più semplicemente e veramente confermiamo un impegno di lotta, additando in Evola e nell’essenza della sua opera una bandiera che non è di ieri ma di oggi e di domani.

[Fonte: www.rigenerazionevola.it]




Secolo d'Italia.it - A 40 anni da Campo Hobbit: nostalgia o voglia di riunire la comunità dispersa?


Torna dopo quarant’anni il Campo Hobbit, l’esperimento voluto dall’ala rautiana del Movimento Sociale Italiano, per cercare di cambiare le cose, ossia il mondo dell’attivismo missino e il suo modo di rapportarsi con la società. Il Campo Hobbit I, tenutosi a Montesarchio in provincia di Benevento per volontà di coraggiosi esponenti del Msi, fu in realtà una vetrina su un mondo sconosciuto, quello dei giovani neofascisti del Msi e del Fronte della Gioventù, dei quali non si parlava mai se non per casi di cronaca nera. L’ispiratrice di questa operazione è Marina Simeone, la figlia di quel Generoso Simeone che fu l’anima del primo campo. Insieme a lui e a Pino Rauti, altri contribuirono alla realizzazione di quel campo storico, da Alessandro Di Pietro a Umberto Croppi, da Monica Centanni a Giampiero Rubei, da Marco Tarchi a Silvano Moffa, da Monica Zucchinali a Stefania Paternò, da Junio Guariento a peppe Nanni, da Paolo Frassinetti ad Antonella Bellucci, da Bruno Socillo a Flavia Perina e a tanti  tanti altri, senza dimenticare il fondamentale Circolo Satrico di Latina con Nando Cappelletti, Maurizio Guercio , Ferdinando Parisella, con il contributo – perché nasconderlo? – del gruppo storico di Ordine Nuovo di Roma. Ma il vero ispiratore, lo ricordiamo ancora una volta, fu Simeone, originario del Beneventano, che fu prezioso anche per l’organizzazione logistica del tutto, alla cui memoria è dedicata l’intera manifestazione. E ci scusiamo per aver involontariamente dimenticato tutte le centinaia di camerati che contribuirono all’ideazione e alla realizzazione di Hobbit 1.

Il Campo Hobbit si svolgerà di nuovo a Montesarchio

Il nuovo campo di svolgerà proprio dove si svolse il primo, dove qualcosa indiscutibilmente nacque, dal 23 al 25 giugno prossimi. Diverse sono le reazioni, sia tra chi vi partecipò sia tra le nuove generazioni: operazione nostalgia? rimasticatura di sensazioni irripetibili? recherche del tempo perduto? Oppure serie volontà di ricostituire un mondo, quel mondo, che tanto ha dato non solo a diverse generazioni ma anche all’Italia stessa. Ma lasciamo parlare gli organizzatori, che hanno espresso il loro pensiero in una nota esplicativa: “Quarant’anni dopo a Montesarchio un nuovo incontro per richiamare alla memoria il senso di appartenenza e la volontà di confronto e scontro di una generazione che non si è arresa. L’identità è il sottotitolo scelto per questa tre giorni di musica, dibattiti, mostra fotografica, ricordi, analisi. Una identità perduta o mai dimenticata? Alla ricerca di una politica sociale, globale, meno misera sicuramente di quella a cui ci stanno abituando. Abbiamo messo in moto un laboratorio di azione e reazione, una chiamata alle armi e in fondo un modo di fare cultura, quella che parla la lingua del popolo, perché si forma dal suo sangue, quella che allo speranza oppone la volontà. Senza steccati né pregiudizi il nostro Hobbit è prima di tutto il cammino di una comunità dall’origine verso la sua naturale proiezione. Gli anni Settanta alle nostre spalle ci intimano di non intraprendere strade già battute, ma sentieri vergini, seppur tortuosi, sui quali idee sostenute fermamente possano trovare la propria stabile dimora. E a chi parla di nostalgismo, possiamo rispondere che non c’è nostalgismo nella memoria, ma fedeltà, come a chi ci condannerà di tradimento del folklore potremmo rispondere che non c’è fedeltà nella imitazione anacronistica, ma ingenerosità”.

Il Campo Hobbit del 1977 evento dirompente

Ecco un ricordo del Campo così come descritto in un recente libro sugli anni Settanta missini: “Il Campo Hobbit a Montesarchio fu comunque un evento dirompente nel mondo giovanile della destra, in quel momento a un bivio o in una fase di transizione, scioccato dagli assassini politici e dal clima di intolleranza, e frustrato dal poco spazio che aveva nel Msi, del quale comunque non si condividevano le strategie. Organizzato da Generoso Simeone, proveniente da Ordine Nuovo e fondatore del giornale L’Alternativa, ma ideato e anche voluto da Rauti, il campo è una singolare due-giorni di musica, concerti, poesia, dibattiti, grafica, teatro, ma soprattutto di incontri tra i giovani anche di varie parti d’Italia, per confrontarsi su quello che stava succedendo in questa Italia che sembrava veramente impazzita. E si consideri che Acca Larenzia non c’era ancora stata, così come il rapimento Moro. I giovani neofascisti, o postfascisti, si rivolgevano verso Pino Rauti più per una protesta verso la classe dirigente del Msi, cui si attribuiva una scarsa reazione alle persecuzioni cui tutti erano sottoposti da anni, che per una reale convinzione dottrinaria. Poi i rautiani erano veramente una comunità organica, molto uniti, convinti, un po’ eretici, tanto da meritarsi l’epiteto di “setta” da parte degli altri, gli almirantiani prima, i finiani poi. Ma quando c’era da lottare per la nostra agibilità politica, per la nostra sicurezza, per il nostro diritto alla parola, insomma per la nostra sopravvivenza, rautiani e almirantiani erano in trincea, in piazza, in parlamento a lottare contro il sistema. E magari, nelle zone più brutte, arrivava qualche volta anche l’aiuto dei “duri” di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo. Detto questo, il Campo Hobbit I fu un grandissimo successo da tutti i punti di vista. Oltre 1500 giovani presenti, numerosi gruppi musicali, quindici, dalla Compagnia dell’Anello agli Amici del Vento, da Fabrizio Marzi agli Janus, da Renato Colella a Roberto Scocco, da Enzo Matarazzo ad Andreina Tomada a Marina e il Vento del Sud. Sull’evento sono stati scritti articoli, libri, opuscoli, tutti hanno commentato questa destra che usciva dal ghetto e un po’ anche – perché negarlo? – scimmiottava la sinistra. Ebbe anche il merito di lanciare definitivamente quella che chiamavamo la musica alternativa, i cui protagonisti si esibirono in applauditi concerti. Insomma fu una crescita modernizzatrice che forse in quel momento ci voleva. Diciamo anche che la nomina di Fini a segretario del Fronte al posto del più votato Tarchi non aveva proprio bendisposto i rautiani al dialogo e volevano – riuscendoci – dimostrare qualcosa. Infine, in quel campo si affermò definitivamente la già famosissima croce celtica, che diverse sezioni di Roma rivendicano aver utilizzato per prime sin dalla fine degli anni Cinquanta, dalla Prenestino alla Colle Oppio alla Trieste Salario. Non sappiamo chi in effetti la adottò, però il primo movimento europeo ad adottarlo così come oggi conosciamo questo simbolo fu il francese Jeune Nation di Pierre Sidas nel 1945, anche se fu consacrata e diffusa da Ordre Nouveau negli anni Settanta. In Italia, a quanto pare, come è scritto su “Hobbit/Hobbit”, la celtica fu importata dal movimento Giovane Europa nel 1964, anche se, ricordiamo, c’è chi se la ricorda a Roma anche prima di quegli anni. Almirante a questo punto commise un errore capitale, proibendo di fatto, nel luglio 1977, l’uso della celtica nel partito, inasprendo i rapporti tra i due mondi. Qualche anno dopo, però, lo stesso Almirante ammise di aver fatto un errore con quella circolare. In ogni caso, la croce celtica non fu mai abbandonata dai missini neanche dopo la morte del Msi, e molti di noi oggi la portano ancora al collo e qualcuno ci si è fatto anche seppellire”.

[Fonte: www.secoloditalia.it]




IL VAGLIO.it - 40 anni fa il Campo Hobbit a Montesarchio: le iniziative


Sono passati quarant’anni da quell’11 giugno del 1977 quando, nel polveroso stadio comunale di Montesarchio, organizzato da un carismatico Generoso Simeone (all’epoca braccio destro dell’on.le Pino Rauti e direttore del mensile “L’Alternativa”) si tenne il primo Campo Hobbit: un importante evento di caratura nazionale – scrive in una nota diffusa alla stampa Achille Biele – che divenne simbolo della voglia di emancipazione culturale di migliaia di giovani di destra.

In vista del quarantennale del primo Campo Hobbit si intensificano le iniziative messe in campo dall’Associazione culturale “Generoso Simeone”, che ha anche organizzato una “tre giorni” (23, 24, 25 giugno 2017) di convegni, tavole rotonde, musica alternativa, mostre fotografiche e di riviste dell’epoca, che si terrà, come nel 1977, nello stesso campo di calcio, grazie alla disponibilità dell’amministrazione comunale di Montesarchio. Non mancheranno i momenti conviviali (quelli che cioè consolidano l’aspetto comunitario) e la presenza dei gruppi musicali della destra alternativa; è inoltre prevista la partecipazione di noti personaggi del panorama intellettuale nazionale.

«Senza steccati né pregiudizi – dice Marina Simeone, presidente dell’Associazione “Generoso Simeone” – il nostro Hobbit è prima di tutto il cammino di una comunità dall’origine verso la sua naturale proiezione. Gli anni settanta alle nostre spalle ci intimano di non intraprendere strade già battute, ma sentieri vergine, seppur tortuosi, sui quali idee sostenute fermamente possano trovare la propria stabile dimora. E a chi parla di nostalgismo, possiamo rispondere non c’é nostalgismo nella memoria, ma fedeltà, come a chi ci condannerà di tradimento del folklore potremmo rispondere che non c’è fedeltà nella imitazione anacronistica, ma ingenerosità. 
Sul campo sportivo di Montesarchio dal 23 al 25 giugno unico protagonista il vitalismo di chiunque non pensi conclusa o perduta irrimediabilmente la partita con il proprio tempo».

Gli organizzatori prevedono una massiccia presenza di giovani e meno giovani agli appuntamenti di Montesarchio. Per maggiori informazioni sugli appuntamenti e per poter fruire delle convenzioni alberghiere è possibile collegasi al sito www.campohobbit40.it

[Fonte: www.ilvaglio.it]




RAUTI, Giuseppe Umberto


Dizionario Biografico degli Italiani (2016)
di Marco Tarchi

- RAUTI, Giuseppe Umberto (Pino). – Nacque a Cardinale (Catanzaro) il 19 novembre 1926, primogenito di Cielino Pietro, usciere presso il ministero della Guerra a Roma, e di Rosaria Coscia. Visse a Roma dall’età di sei mesi, e vi compì gli studi classici all’istituto Sant’Apollinare. Educato in famiglia all’adesione ai principi del regime fascista, all’annuncio della costituzione della Repubblica sociale italiana decise di aderirvi e si arruolò, a 17 anni, nel battaglione «M» di stanza a Orvieto. Frequentò il primo corso allievi ufficiali della Guardia nazionale repubblicana, completato nel settembre 1944. Come sottotenente comandò un presidio sul fronte del Po, fu fatto prigioniero dalle truppe britanniche nell’aprile 1945 e inviato nel 211° POW Camp di Algeri, da cui evase fuggendo in Marocco. Arruolatosi nella legione straniera spagnola (il Tercio), fu nuovamente catturato dai francesi e rinchiuso nella prigione di Ténès, in Algeria.

Rimpatriato nell’aprile del 1946, si impegnò subito in politica per continuare a sostenere le idee per cui aveva combattuto. Aderì, poco dopo la sua costituzione, al Movimento sociale italiano (MSI), ma nel contempo anche al gruppo clandestino dei FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria). Portato all’impegno intellettuale, collaborò con la rivista giovanile missina La sfida e con il giornale ufficioso del partito Rivolta ideale, segnalandosi per i suoi contributi di forte spessore ideologico.

Fin dal 1° congresso del MSI, del giugno 1948, si inserì nel dibattito molto acceso sulla collocazione che l’ambiente neofascista avrebbe dovuto assumere nel contesto politico democratico. Con altri esponenti del fronte giovanile (il Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori), costituì un gruppo che, in polemica con l’ala ‘di sinistra’ del movimento e ispirato dalle opere di Julius Evola e Massimo Scaligero, reclamava un’intransigenza dottrinaria assoluta e vedeva nel fascismo l’espressione contemporanea di una tradizione perenne, legata ai valori spirituali e in radicale antitesi con ogni espressione del materialismo, dal capitalismo liberale al socialismo marxista. Sostenne queste tesi sulla rivista Imperium, nata nel gennaio del 1950.

Senza trascurare l’attività più strettamente politica, che lo vide partecipare a contraddittori pubblici con la Federazione giovanile comunista italiana (FGCI), si dedicò all’attività pubblicistica e all’elaborazione teorica. Nel dicembre del 1950 fu però arrestato, insieme ad altri redattori, perché sospettato di attentati dinamitardi firmati dai FAR, e la rivista chiuse i battenti. Processato, fu assolto nel novembre 1951 per insufficienza di prove. Durante la detenzione continuò a collaborare con varie testate dell’area neofascista, fra cui Asso di bastoni, e riprese gli studi universitari laureandosi in giurisprudenza all’Università di Roma, il 1° marzo 1952, con una tesi dal titolo Il Consiglio di Sicurezza e l’organizzazione delle Nazioni Unite.

Rientrato nella vita di partito, nel 3° congresso nazionale del 1952 difese le posizioni della componente tradizionalista giovanile, battezzata con ironia dagli avversari interni ‘figli del sole’, e venne eletto nel Comitato centrale, da cui si dimise un anno e mezzo dopo, abbandonando anche la responsabilità della stampa e della propaganda nella Direzione nazionale giovanile, a seguito della frattura verificatasi in seno alla corrente spiritualista. Il 15 novembre 1953 fondò il gruppo Ordine nuovo, una vera e propria frazione organizzata, con strutture locali, tessere e una rivista dottrinale omonima, che si ispirava alle idee di Evola e alle esperienze dei movimenti e regimi fascisti del periodo fra le due guerre mondiali, inclusa la Germania nazionalsocialista.

Al 4° congresso del MSI del 1954, strinse un accordo con la corrente spiritualista, capeggiata da Pino Romualdi, e fu rieletto nel Comitato centrale, ma a causa dell’avvento alla segreteria del moderato Arturo Michelini intensificò l’opposizione a una linea ormai lontana da ogni prospettiva rivoluzionaria. Per dare una sterzata al Partito, malgrado le precedenti divergenze di vedute si alleò con la ‘sinistra’ interna capeggiata da Giorgio Almirante. Tuttavia, quando al 5° congresso del novembre 1956 Michelini prevalse di stretta misura sugli avversari, ritenne esaurite le speranze di cambiamento e prese la via della scissione. Il 14 gennaio 1957 si dimise e dette vita al Centro studi Ordine nuovo, ormai autonomo dal MSI.

Nel 1956 iniziò la carriera di redattore del quotidiano romano Il Tempo, che proseguì fino al 1972, svolgendo anche funzioni di inviato e direttore delle pagine della provincia. Il 25 febbraio 1957 sposò Brunella Brozzi, da cui ebbe due figlie, Alessandra e Isabella. Pur continuando a dirigere Ordine nuovo, cui impresse una impostazione più ideologico-culturale che direttamente politica – scelta che causò la defezione di alcuni suoi collaboratori, come Stefano Delle Chiaie, già nel 1959 –, si impegnò prevalentemente nella produzione di testi teorici e storici, come Le idee che mossero il mondo (Roma 1963) e L’immane conflitto (Roma 1965). Tramite la rivista Ordine nuovo, il periodico Noi Europa, i bollettini Corrispondenza europea ed Eurafrica e i rapporti con la World Anti-Communist League sviluppò una linea politica fortemente improntata al contrasto dell’influenza sovietica nel mondo, auspicando la nascita di regimi di salute pubblica in funzione anticomunista. Ciò lo portò ad accogliere con favore il colpo di Stato militare del 1967 in Grecia e a sostenere campagne in favore dei regimi ‘bianchi’ di Rhodesia e Sudafrica e del mantenimento dell’impero coloniale portoghese, nonché a schierarsi dalla parte degli Stati Uniti nella guerra vietnamita. Questa posizione lo portò a partecipare, con la relazione La tattica della penetrazione comunista in Italia, al discusso convegno del maggio 1965 dell’Istituto di studi militari Alberto Pollio e a redigere insieme a Guido Giannettini, su ispirazione dell’allora capo di stato maggiore generale Giuseppe Aloia, il pamphlet Mani rosse sulle forze armate, che gli valse un sospetto di collusione con i servizi segreti militari.

La stasi delle attività di Ordine nuovo, che respingeva l’ipotesi di presentare liste elettorali, il clima di tensione creatosi in Italia nel biennio 1968-69 e l’elezione alla segreteria di Almirante dopo la morte di Michelini, indussero Rauti e la maggioranza dei suoi sodali ad accettare la proposta di rientrare nel MSI. Ciò avvenne il 16 novembre 1969, al prezzo della scissione dal Centro studi Ordine nuovo di una componente più intransigente, che riprese la sigla del gruppo per proprio conto. Cooptato nel Comitato centrale e nella Direzione nazionale, ottenne la direzione della rivista di studi Presenza e riprese le pubblicazioni di Ordine nuovo, poi sostituito da Civiltà, che utilizzò per far conoscere le proprie analisi e proposte politiche nell’ambiente missino. Pur non potendosi ufficialmente costituire in corrente, il gruppo continuò a mantenere una propria fisionomia e una serie di diramazioni locali all’interno del Partito.

Il 4 marzo 1972 Rauti fu incarcerato perché accusato di complicità negli attentati del 1969, culminati nella strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre, e rimase in prigione per cinquanta giorni. Scarcerato, fu eletto deputato l’8 giugno 1972 e successivamente venne prosciolto. Sarebbe poi rimasto alla Camera per altre quattro legislature, fino al 1992. Moderatamente critico della strategia conservatrice di destra nazionale promossa da Almirante e convinto che il MSI dovesse rinnovarsi organizzativamente puntando alla penetrazione nella società civile attraverso associazioni e sigle parallele, colse l’occasione offerta dallo scontro apertosi tra la segreteria e la corrente moderata di Democrazia nazionale in vista dell’11° congresso del gennaio 1977 per costituire la corrente Linea futura. La formazione voleva proporre un’alternativa ‘nazional-rivoluzionaria’ e rimettere in discussione la collocazione a destra del MSI. Raccogliendo il 22,7% dei voti dei delegati, non riuscì a fare da ago della bilancia degli equilibri interni ma poté lanciare una serie di iniziative che ebbero una sensibile eco tanto all’interno del MSI quanto all’esterno. Fra queste, un festival giovanile, il campo Hobbit, che ebbe tre edizioni fra il 1977 e il 1980, i Gruppi di ricerca ecologica e un quindicinale diffuso in edicola, Linea. Grazie a queste attività la corrente risultò largamente maggioritaria nella 1a assemblea nazionale del Fronte della gioventù del giugno 1977.

Nei congressi del 1979 e del 1982, con la sigla Spazio nuovo, Rauti ripropose la sua alternativa alla concezione almirantiana del partito, auspicandone la trasformazione in un movimento meno legato alla nostalgia del passato e a istanze conservatrici e indirizzato a ‘sfondare a sinistra’, nei ceti sociali delusi dalla svolta riformista consumata in quegli anni dal Partito comunista. La forza della sua corrente rimase tuttavia ancorata alle cifre raggiunte in precedenza e Rauti decise di accettare un accordo con la maggioranza, venendo cooptato nell’organo di vertice.

L’occasione per tornare alla ribalta gli si presentò quando la malattia di Almirante aprì le porte alla successione alla segreteria, che contese una prima volta a Gianfranco Fini nel 15° congresso del dicembre 1987, finendo sconfitto di misura, e che riuscì a conquistare nelle assise seguenti, nel gennaio 1990. Rimase in carica solo fino al luglio del 1991, quando, in seguito a dissidi interni e a due nette sconfitte elettorali in elezioni amministrative, alla guida della segreteria tornò Fini. Nel frattempo, nel 1989 era stato eletto al Parlamento europeo.

Da oppositore della segreteria Fini, Rauti non approvò la ‘svolta di Fiuggi’ (27 gennaio 1995) e capeggiò la nascita del Movimento sociale-Fiamma tricolore in opposizione ad Alleanza nazionale.

Malgrado l’elezione di un senatore nel 1996 e di un eurodeputato nel 1999, il Partito non decollò e fu preda di scissioni e diatribe, che portarono alla sua defenestrazione nel 2003.

L’anno successivo Rauti fondò il Movimento idea sociale, che non riuscì a far uscire dalla marginalità. Nel 2008 venne rinviato a giudizio per la strage di piazza della Loggia a Brescia, del 1974, venendone assolto due anni dopo.

Morì a Roma il 2 novembre 2012.

Fonti e Bibl.: R. Chiarini – P. Corsini, Da Salò a piazza della Loggia, Milano 1983, ad ind.; P. Ignazi, Il polo escluso, Bologna 1989, passim; M. Brambilla, Interrogatorio alle destre, Milano 1994, ad ind.; M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia, Milano 1995, ad ind.; M. Tarchi, Dal Msi ad An, Bologna 1997, passim; A. Carioti, Gli orfani di Salò, Milano 2008, ad ind.; A Baldoni, Storia della destra, Firenze 2009, ad ind.; A. Carioti, I ragazzi della Fiamma, Milano 2011, ad indicem.

[Fonte: www.treccani.it]




Foto pubbliche e private di Pino Rauti


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termolionline.it - Gianni Alemanno a Bonefro, attesa visita per domani


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BONEFRO. Venerdì sera a Bonefro sarà inaugurato un circolo del movimento politico Azione Nazionale che sarà intitolata alla memoria storica del indimenticato On. Pino Rauti già Segretario Nazionale del Movimento Sociale Italiano, figura eclettica del MSI e di tutta la destra italiana ed europea ,leader di vari partiti politici di ispirazione conservatore figura di spicco in Italia ed in Europa. ad inaugurare il Circolo per l’appunto un altro militante,fin da giovanissimo e storico leader, più volte deputato, ministro e sindaco della capitale Gianni Alemanno,nonché cognato del indimenticato Rauti. A fare gli onori di casa il neo presidente cittadino del Circolo Luigi Venditti, nonché militante della destra italiana e dirigente regionale del movimento politico. Tra le altre cose verrà presentata alla stampa la Giovanile Molisana di Azione Nazionale di cui lo stesso Venditti sarà Portavoce e Presidente.

[Fonte: www.termolionline.it]




cinquecosebelle.it - I cinque partiti di destra italiani più votati della storia della Repubblica


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La storia della destra italiana – almeno in epoca repubblicana – è una storia breve e difficile. Tra il 1948 e il 1992, cioè in quella che viene solitamente chiamata la Prima Repubblica, visse perlopiù all’ombra della DC, che catalizzava i voti del suo possibile elettorato. Celeberrima l’espressione di Indro Montanelli, giornalista di destra che consigliava i suoi lettori di votare DC “turandosi il naso”, perché il partito cattolico era l’unico che poteva contrastare la forza del blocco di sinistra.

Nella Seconda Repubblica, complice la dissoluzione della “Balena bianca”, emersero nuovi partiti di destra e di centro-destra, che lottarono in prima fila per vincere le elezioni (e spesso le vinsero). Quei partiti, però, hanno avuto vita piuttosto breve, tanto è vero che solo la Lega Nord è rimasta in vita con continuità lungo tutti questi anni.

Tutti i dati delle elezioni

Quali sono stati, però, i partiti di destra italiani che hanno ottenuto i risultati migliori nella loro storia? E quando li hanno ottenuti? Abbiamo ripreso in mano tutti i dati delle elezioni politiche della storia repubblicana e steso una lista. O, meglio, una classifica, che ha rischiato di includere anche partiti oggi dimenticati come il Partito Liberale Italiano e il Partito Nazionale Monarchico. Ma questi, come altri, non sono riusciti ad entrare in cinquina, anche se il PLI nel 1963 giunse fino al 7,52% dei voti.

Un’unica nota, prima di cominciare: in questa lista non troverete né la DC, né alcuni dei suoi eredi che si sono posti nelle coalizioni di centro-destra. Questo perché tali partiti, nonostante fossero moderati e avessero al loro interno correnti conservatrici, si presentavano e si ritenevano partiti di centro. Lo stesso vale per altri movimenti trasversali, in cui convivevano o convivono diversi spiriti e ideologie. In questa lista, insomma, troverete solo i partiti che si dichiarano, si sono dichiarati o hanno dimostrato incontrovertibilmente di essere di destra. Scopriamoli.

Il Popolo della Libertà
Il partito di destra più votato di sempre in Italia, col 38,17% nel 2008

partiti-di-destra-italiani-popolo-della-libertaIl partito di destra ad aver raccolto il maggior numero di voti nella storia repubblicana è, con grande distacco, il Popolo della Libertà. La formazione politica venne fondata ufficialmente il 29 marzo 2009, anche se era da circa un anno e mezzo che se ne sentiva parlare sui giornali. Già nel novembre 2007 a Milano, infatti, Silvio Berlusconi ne aveva annunciato pubblicamente la nascita, salendo sul predellino di un’auto.

Il nuovo soggetto politico nasceva dall’esigenza – più volte portata avanti da Berlusconi e dal suo entourage nel corso degli anni – di un unico partito di centro-destra, che si potesse opporre con maggior forza e unità agli avversari di centro-sinistra. La principale forza a confluire nel nuovo organismo era ovviamente Forza Italia, ma fin da subito vi aderì anche Alleanza Nazionale, in una scelta che lasciò dubbiosi alcuni militanti del partito di Gianfranco Fini.

La difficile fusione con AN

Fin dall’inizio dell’alleanza con Berlusconi, infatti, Fini aveva fatto di tutto per tenere separato il suo partito da quello del proprietario di Mediaset. Non tanto (o non solo) per un problema di leadership interna, quanto per preservare l’identità di Alleanza Nazionale. Già era stata mal digerita, da una parte della base, la svolta verso il centro di Fini; ancora peggio, infatti, sarebbe stato entrare con Berlusconi nel Partito Popolare Europeo.

Ad ogni modo, per una serie di circostanze alla fine del 2007 Berlusconi mise in piedi il nuovo partito, in modo che si potesse presentare compatto alle elezioni del 2008. Ed in effetti l’esordio elettorale sembrò dargli ampiamente ragione. In quelle consultazioni il PdL ottenne il 38,17% dei voti al Senato, il risultato più alto mai raggiunto da una formazione di destra nella nostra storia repubblicana. L’alleanza di centro-destra si impose con 9 punti percentuali di vantaggio sul centrosinistra e tornò al governo.

La rottura con Fini

Dal punto di vista organizzativo, il partito fu in principio affidato a tre coordinatori: Denis Verdini, Sandro Bondi e Ignazio La Russa. Questo non evitò però il nascere di contrasti. Il primo degno di nota si verificò tra la primavera e l’estate del 2010, quando Gianfranco Fini, dopo un duro scontro con Berlusconi, decise di lasciare il PdL e fondare un proprio partito, Futuro e Libertà.

L’addio del numero 2 e una serie di scandali che coinvolsero Berlusconi convinsero quest’ultimo della necessitò di una svolta. Nel 2011 fu quindi individuato un nuovo giovane segretario, Angelino Alfano, che avrebbe dovuto traghettare il partito verso le nuove sfide. I risultati non furono però quelli sperati: alla fine del 2011 Berlusconi rassegnò le dimissioni da Capo del Governo, lasciando il campo al Governo Monti, che nacque comunque con l’appoggio del PdL.

Dopo le elezioni del 2013 – perse ma di misura – il Popolo della Libertà decise di entrare nel governo Letta, con cinque ministri. Nell’autunno dello stesso anno, però, si consumò una frattura interna al partito che avrebbe portato alla fine dello stesso. Nacquero infatti il Nuovo CentroDestra, che scelse di rimanere nel governo, e Forza Italia, il vecchio partito di Berlusconi tirato fuori dalla naftalina, che invece passò all’opposizione. Fu la fine del Popolo della Libertà, sigla che comunque si ritiene in futuro di poter eventualmente ancora usare per le coalizioni elettorali.

Forza Italia
La creatura di Silvio Berlusconi, giunta fino al 29,43% nel 2001

partiti-di-destra-italiani-forza-italiaCome detto, il Popolo della Libertà nacque come naturale erede di Forza Italia, e lì confluì nel momento in cui fu messo da parte. Ed in effetti la creatura di Silvio Berlusconi era stata, fino a quel momento, il più rilevante partito di destra che si era visto nell’Italia repubblicana. Il suo miglior risultato elettorale fu il 29,43% conseguito nel 2001 alla Camera dei Deputati, ma anche in altre tornate elettorali raggiunse risultati più o meno simili.

Prima di tutto, si potrebbe aprire un dibattito sulla reale collocazione di Forza Italia. Il partito si presentò sempre, infatti, come una formazione di centro-destra, richiamandosi anche in parte alla tradizione centrista della DC. Dal nostro punto di vista, però, è più corretto posizionarlo a destra, all’interno di una corrente moderata e conservatrice che ha i suoi analoghi anche all’estero nel partito gollista francese e nel partito conservatore inglese. Anche perché partiti di centro, nella coalizione guidata da Berlusconi, ce n’erano già parecchi altri.

La discesa in campo

Forza Italia venne fondata nel gennaio 1994, subito dopo il celebre discorso televisivo con cui Silvio Berlusconi annunciava la sua discesa in campo. Erano gli anni immediatamente successivi a Tangentopoli: i principali partiti tradizionali si erano dissolti e al centro e a destra c’era un vuoto politico in cui il proprietario di Mediaset seppe abilmente inserirsi. Già le prime elezioni del 1994 diedero alla sua coalizione la vittoria, anche se il suo partito – nato dal nulla in pochi mesi – si dovette “accontentare” (si fa per dire) del 21% dei voti.

Il governo che ne nacque fu però di breve durata e venne presto sostituito dal governo Dini e poi, dopo la vittoria del centro-sinistra alle elezioni del 1996, dall’esecutivo Prodi. Forza Italia ritornò il partito-guida della coalizione di governo nel 2001, dopo aver vinto le elezioni che gli diedero il maggior numero di voti della sua storia. Forte di quella affermazione, Berlusconi poté governare per cinque anni, dando vita a due esecutivi, uno successivo all’altro.

Nel 2006 però alle elezioni vinse di nuovo Prodi, e questo accelerò quel processo interno di cui abbiamo già parlato, che avrebbe portato alla fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale (e altre forze minori) e alla nascita del Popolo della Libertà. Dopo anni di silenzio, Forza Italia è però recentemente rinata, in seguito alle fratture interne al PdL. Finora il partito si è misurato solo in elezioni amministrative, e lo si aspetta presto al vaglio delle politiche.

Alleanza Nazionale
La storia del partito di Gianfranco Fini, arrivato al 15,66% nel 1996

partiti-di-destra-italiani-alleanza-nazionaleConcludiamo il binomio dei partiti che confluirono nel PdL con Alleanza Nazionale, un partito anch’esso dalla vita piuttosto breve ma che affondava le sue radici molto più in là nel tempo. La forza politica fu infatti fondata nel gennaio 1995 in seguito alla cosiddetta svolta di Fiuggi, quando, durante il Congresso del Movimento Sociale Italiano, si decise lo scioglimento del vecchio partito (di cui parleremo) e la sua confluenza in Alleanza Nazionale.

La nuova sigla, in realtà, esisteva già da più di un anno. Il primo a proporla era stato Domenico Fisichella, allora editorialista de Il Tempo, che nel 1992 aveva proposto al Movimento Sociale di abbandonare alcune sue pregiudiziali e proporsi come un moderno partito di destra, conservatore e liberale. Complice l’evolversi della situazione politica italiana, quella tesi era presto stata fatta propria da Fini, che già alle elezioni del 1994 decise di presentare il suo partito col nuovo nome di Alleanza Nazionale (anche se formalmente si trattava ancora dell’MSI).

Fu solo appunto a Fiuggi che si chiuse la storia del vecchio partito post-fascista e si aprì quella di AN, che metteva definitivamente da parte l’anticapitalismo e l’antiamericanismo. La scelta di Fini, per quanto temeraria, fu baciata da grandi successi elettorali, tanto che già nel 1996 la nuova formazione raggiunse il suo massimo storico, toccando il 15,66% alla Camera dei Deputati (in una tornata elettorale in cui, tra l’altro, la coalizione di centro-destra rimase sconfitta).

Lo spostamento verso il centro

Il partito continuò ad evolvere la sua posizione politica nel corso degli anni, resistendo però in un primo momento ai richiami di Berlusconi per fondare un partito unico per tutto il centro-destra. Si assistette però a un graduale avvicinamento al centro che sembrava preludere a un ruolo sempre più importante di Fini come possibile erede di Berlusconi alla guida del centro-destra.

Le cose però non andarono come previsto dagli osservatori. Prima ci fu la rottura tra l’ex leader di AN e Berlusconi, di cui abbiamo già parlato; poi il tramonto della stella di Fini, travolto da uno scandalo familiare. Nel frattempo, però, AN si era sciolta, confluendo come già detto nel PdL. Una parte della vecchia Alleanza Nazionale è infine confluita, nel 2012, in una nuova formazione chiamata Fratelli d’Italia, uscita proprio dal PdL. Questo nuovo partito guidato da Giorgia Meloni ha poi nel 2014 assunto la denominazione Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale.

Lega Nord
Il miglior risultato è il 10,41% del 1996, ma potrebbe essere superato

partiti-di-destra-italiani-lega-nordConcludiamo la nostra panoramica dei partiti di destra più “vincenti” della storia della Repubblica italiana con due formazioni che esistono da prima di Tangentopoli e dello sconquasso che quella inchiesta giudiziaria portò nella scena politica italiana: la Lega Nord e il Movimento Sociale Italiano. Due partiti tra loro diversissimi, che si richiamavano, soprattutto alle origini, a tradizioni addirittura opposte.

Ma partiamo dalla Lega Nord, formazione che ha ancora oggi un ruolo primario nel panorama della destra italiana. Il primo movimento a portare questo nome fu fondato nel 1989 da Umberto Bossi, basandosi sull’alleanza di diverse “leghe regionali” nate negli anni precedenti. Dalla Lombardia arrivava la Lega Lombarda; dal Veneto la Liga Veneta; altri gruppi minori provenivano dal Piemonte, dalla Liguria, dall’Emilia-Romagna e dalla Toscana.

I primi successi all’inizio degli anni ’90

Già nel 1990 il nuovo organismo ottenne il 4% su base nazionale, arrivando a superare il Partito Comunista in Lombardia, ma nel 1993 arrivò perfino a conquistare la poltrona del sindaco di Milano, piazzandoci Marco Formentini. Nel 1994 il giovane partito si alleò quindi con Silvio Berlusconi al nord, ottenendo un ottimo risultato e partecipando al nuovo governo, con ministeri importantissimi come quello dell’Interno (affidato a Roberto Maroni).

L’idillio con Berlusconi durò poco. Già alla fine del 1994 tra lui e Bossi si era consumata la rottura, con la conseguente caduta del governo e l’appoggio del senatùr a un nuovo esecutivo, assieme al PDS e al PPI. Alle elezioni successive, quelle del 1996, la Lega Nord preferì quindi presentarsi da sola. Ed ottenne il risultato più importante della sua storia, raggiungendo il 10,41% al Senato.

La svolta secessionista

Fu proprio in quel periodo che il partito cominciò a promuovere un progetto secessionista, focalizzato attorno alla Padania, nuova identità che si voleva indipendente. Il progetto di Bossi, però, sembrò ben presto lontano dal concretizzarsi e le elezioni intermedie segnarono una netta flessione del “Partito del Nord”. Per questo, in vista delle politiche del 2001 la Lega si riavvicinò al centro-destra, dando origine alla cosiddetta Casa delle Libertà e ottenendo la vittoria elettorale, anche se le percentuali della Lega rimanevano al di sotto del 4% nazionale.

L’alleanza con Berlusconi resistette al passare del tempo, ma il partito non riuscì a passare indenne alla crisi che attraversò il governo nel 2011. Tra la fine di quell’anno e la primavera del 2012, infatti, un grande scandalo coinvolse alcuni dirigenti del partito e in particolare Umberto Bossi e la sua famiglia, accusati di aver usato fondi del partito per fini personali. Lo scandalo portò a un nettissimo calo di consensi nelle elezioni del 2013.

Da allora, però, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Rimasta all’opposizione durante i governi tecnici e di unità nazionale e affidata al nuovo segretario Matteo Salvini, la Lega è data in forte ripresa dai sondaggi, pronta a raggiungere e forse superare il consenso maturato nel 1996. La svolta è da attribuire a un cambio di prospettiva: al centro dell’agenda del partito non ci sono più la secessione o il federalismo, ma l’antieuropeismo e la lotta contro l’immigrazione.

Movimento Sociale Italiano
Il partito di destra più votato nella Prima Repubblica, col 9,19% nel 1972

partiti-di-destra-italiani-movimento-socialeCome abbiamo detto in apertura, nella Prima Repubblica non mancavano certo i partiti di destra. I loro possibili voti, però, venivano spesso “cannibalizzati” dalla Democrazia Cristiana, partito che aveva al suo interno anche una forte anima conservatrice e che appariva come la migliori soluzione per chi voleva contrastare l’avanzata delle sinistre.

In quel panorama così strutturato, alcuni partiti riuscirono comunque a raccogliere, in precisi momenti storici, dei risultati anche rilevanti. Il Partito Liberale, ad esempio, arrivò al 7,52% nel 1963, ma andando più indietro nel tempo possiamo trovare anche il Partito Nazionale Monarchico, che nel 1953 agguantò il 6,85%. Il più rilevanti di tutti questi partiti fu però il Movimento Sociale Italiano, che nel 1972 arrivò al suo massimo storico: il 9,19% ottenuto al Senato.

I reduci della RSI e del fascismo

Fondato nel dicembre del 1946, raccoglieva in principio alcuni reduci della Repubblica Sociale Italia ed esponenti del disciolto Partito Fascista. Fin da subito, leader della formazione divenne Giorgio Almirante, che ne fu la figura di maggior rilievo fino al 1987, tranne che per una parentesi del moderato Arturo Michelini. Negli anni ’50 e ’60 il partito rimase comunque una formazione di secondo piano, radicata in alcune zone del sud ma poco presente al nord, anche se nel 1960 il suo appoggio esterno fu indispensabile per la sopravvivenza del governo Tambroni (un monocolore DC).

Nel 1972 l’MSI si fuse con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, assumendo la nuova denominazione Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale. Fu questa alleanza a garantire la vistosa crescita elettorale che portò il partito al di sopra del 9% dei consensi. In quegli anni crebbe anche l’adesione giovanile al partito, in un clima di “opposti estremisti” che vedeva il Fronte della Gioventù scontrarsi spesso con le organizzazioni giovanili di sinistra.

Fini contro Rauti

Col passare degli anni, però, i consensi per l’MSI calarono, tanto è vero che tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 il partito sembrò di nuovo destinato a un ruolo marginale. Al suo interno, tra l’altro, era dilaniato nella lotta tra le correnti: da un lato c’era quella di Fini, delfino di Almirante; dall’altra quella di Pino Rauti, capofila dell’anima di sinistra e movimentista.

La vera svolta per il partito fu l’avvio della stagione di Tangentopoli. Le inchieste contro i partiti tradizionali portarono l’MSI a guidare gli attacchi da destra contro il sistema politico dominante, con un forte appello alla legalità. Già nelle elezioni amministrative del 1993, prima della discesa in campo di Berlusconi, il partito guidato da Fini arrivò al ballottaggio per la carica di sindaco sia a Roma (con lo stesso Fini) che a Napoli (con Alessandra Mussolini), proponendosi come una nuova alternativa. Poco dopo avrebbe assunto il nome di Alleanza Nazionale.

[Fonte: www.cinquecosebelle.it]




Destra.it - Quel ragazzo senegalese morto a Rigopiano e le domande di Pino Rauti


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Tra le vittime recuperate dall’Hotel Rigopiano vi è pure un senegalese, che lavorava come inserviente all’albergo. Questa vittima, al di là delle speculazioni giornalistiche che scriveranno di un immigrato vittima del lavoro che stava svolgendo in quel posto (bisognerà però vedere se era in regola o lavorava in nero: è strano che nessuno ne aveva parlato prima di trovare la salma) esaltando indirettamente l’integrazione e l’accoglienza indiscriminata degli immigrati, c’induce ad un ricordo ed ad una riflessione.

Pino Rauti, in un suo bel discorso alla Camera svolto il 20 febbraio 1990 nella discussione sul decreto Martelli per la sanatoria degli immigrati irregolari (erano allora pochi, provenienti soprattutto dall’Albania e dai Paesi dell’Est), che era il primo atto legislativo su quella materia, ebbe a parlare di una sua esperienza da parlamentare europeo in Gran Bretagna, a Birmingham, dove aveva visto famiglie di africani con i loro numerosi bambini – provenienti dai territori dell’ex-impero inglese – immersi nel clima tetro, fuligginoso, nebbioso tipico dell’Inghilterra soprattutto nelle città industriali. E si domandava retoricamente: ma cosa ci fanno in quel clima quella gente, abituata ai cieli tersi africani ed al suo sole? Ed aggiungeva: ma non sarebbe meglio creare per quelle famiglie delle occasioni di lavoro e delle residenze confortevoli nella loro terra d’origine, anziché farli soffrire in quei posti provocando insoddisfazioni, astio, ed isolamento anziché integrazione?

Ecco, quelle domande retoriche di Rauti possono essere fatte anche in questa occasione. Ma che ci fa un senegalese sul Gran Sasso, in Abruzzo, in mezzo alle montagne, ai terremoti ed alla neve che – pur quando non ci sono tempeste come in questi giorni – è sempre presente?

Perché non si è fermato a respirare la sua aria nativa? Perché non ha trovato lavoro nella sua Patria che non è tra i Paesi sottosvilupati perché ha risorse minerarie, un’agricoltura fiorente, una pesca d’esportazione, un importante porto franco come Dakar, una sostanziale stabilità politica? Certo, ci saranno difficoltà: ma non tali da impedire di potersi inserire in modo soddisfacente.

E invece, attratto da una propaganda ingannevole, sventolata come il drappo rosso dinanzi al toro nell’arena, che dipinge l’Europa come un territorio in cui si può fare facilmente fortuna, guadagnare e sistemarsi per bene, l’immigrato affronta un lunghissimo e pericoloso viaggio, arricchendo i trasportatori a terra ed in mare, e finisce a fare o il venditore ambulante (al servizio di qualche camorra, come è successo a Napoli nei giorni scorsi) o gli inservienti in mezzo alle montagne.

Rauti fin dal 1990 dette una spiegazione a tutto ciò: disse in quel discorso che tutto ciò è provocato dal capitalismo che ha bisogno di un esercito di lavoratori alternativo, di riserva, a basso costo: i nuovi schiavi del XXI^ secolo. E questi concetti Rauti li espose a tutti gli Italiani scrivendo nel manifesto programmatico del Msi per le elezioni regionali del 1990:

“ …sulla pelle di questi uomini sradicati dalla propria terra si sta giocando la più grave truffa della cultura radical-progressista. Mentre nei salotti, nelle parrocchie e nella Confindustria si esaltano le prospettive della società multirazziale che comporterebbe disagi inaccettabili per il popolo italiano e si accusa di razzismo chi vorrebbe affrontare realisticamente il problema, l’unica prospettiva che si offre agli immigrati è il lavoro nero e l’accattonaggio nei centri urbani. Il Msi indica invece una politica di cooperazione con i Paesi del Terzo Mondo al fine di aiutarli a realizzare nuovi posti di lavoro ed uno sviluppo equilibrato all’interno della propria terra.”

Ecco, la morte di quel senegalese conferma quello che lucidamente il Msi, nella persona del suo segretario nazionale di allora Pino Rauti, previde nel 1990: ventisette anni fa.

[Fonte: www.destra.it]




TermoliLive.news - Azione Nazionale, il 27 gennaio inaugura il circolo a Bonefro intitolato a Pino Rauti


perrella-300x169Il movimento Azione Nazionale continua nella sua opera di espansione e consolidamento sul territorio molisano. Il neo movimento, guidato in Molise da Carlo Perrella, prosegue le sue attività non solo in vista dei futuri appuntamenti elettorali ma anche e soprattutto per farsi conoscere dalla popolazione.

Il 27 gennaio Azione Nazionale inaugurerà il proprio circolo a Bonefro, intitolato a Pino Rauti. A coordinarlo sarà Luigi Venditti. La cerimonia rappresenterà anche l’occasione per il ‘battesimo’ in Molise di Azione Nazionale Giovani. Come responsabile i vertici del movimento hanno nominato lo stesso Venditti. Nel frattempo, per quel che riguarda l’organigramma, è stata nominata vice portavoce regionale Wanda Capra, attuale consigliere comunale a San Polo Matese e da sempre impegnata nel sociale. Nei prossimi giorni, ed in ogni caso prima dell’inaugurazione del circolo a Bonefro, ci sarà anche la convocazione dell’esecutivo regionale. Infatti, in virtù delle numerose adesioni a movimento e della sua esponenziale crescita sul territorio, saranno meglio definite le attività da mettere in campo e saranno nominati i portavoce di Campomarino e Isernia. Questo l’elenco dei circoli già partiti e dei loro referenti sul territorio: Tufara (Antonio Petrone), Riccia (Michele del Zingaro), Jelsi (Feliciano Antedomenico), Colle d’Anchise (Francesco di Rienzo), Sepino (Franco Mancinelli), Campobasso (Gino Policella), Campochiaro (Luca Altobello), Bonefro (Luigi Venditti), Guardiaregia (Francesco Madonna), Bojano (Wanda Malatesta), Trivento (Raffaele Stinziani), Monacilioni (Antonella Esposito), Casacalenda (Roberto Petti), Termoli (Salvatore Rinaldi). Il movimento inoltre ha nominato coordinatore dell’area matesina Marcello Nardelli, area Trigno Anna di Rienzo, basso Molise Salvatore Rinaldi e per l’area fortore Feliciano Antedomenico. Nelle scorse settimane come si ricorderà , invece il dott. Francesco di Zazzo è stato nominato, da Carlo Perrella, portavoce della provincia di Isernia. E proprio Carlo Perrella, nelle scorse ore, è stato a Roma, in riunione con i vertici del Movimento, per decidere le strategie future da adottare.

[Fonte: termolilive.news]