Secolo d'Italia.it - Caro Salvini, Renzi sugli immigrati non ha copiato te ma il Msi di Pino Rauti


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di Annalisa Terranova

“E adesso che fa, denuncia Matteo Renzi per plagio?”, chiede il cronista. E Matteo Salvini: no no non lo farò, però sono arrivati alle nostre conclusioni con venti anni di ritardo. Il riferimento è a quello slogan – “aiutiamoli a casa loro” – che ha fatto inviperire la base dem e ha inorgoglito la destra in tutte le sue varianti (finalmente – era il ragionamento – la finiranno di chiamarci “razzisti”).

E tuttavia, Salvini sbaglia. Quello slogan circolava a destra già nei primi anni Novanta, quando lui – Salvini – era un “comunista padano” e per vivere consegnava le pizze. E lo slogan fece da guida alla linea sugli immigrati assunta dal Msi durante la breve stagione (1990 – 1991) della segreteria di Pino Rauti. Riecheggiava nei documenti del FdG che riprendevano le idee di Alain de Benoist sullo “sviluppo autocentrico” dei popoli del Terzo Mondo e persino nei convegni femminili organizzati dal Centro Studi Futura si parlava dello sradicamento delle donne immigrate. Alle feste giovanili si insisteva sulla tesi che nel mondo si andava creando una nuova polarità Nord-Sud al posto di quella Est-Ovest successiva alla Seconda guerra mondiale. Ci sono libri, volantini e manifesti che documentano tutto ciò.

Pino Rauti fece del concetto “aiutiamoli a casa loro” una sorta di bandiera propagandistica. E ne spiegò il senso in una famosa intervista al quotidiano Il Manifesto rilasciata a Norma Rangeri, che oggi è direttrice della testata. “Nessuno si pone la domanda pregiudiziale: perché sono emigrati? – diceva Rauti – Vi racconto un aneddoto, cosi spiego perché la penso diversamente dalla destra classica, e anche dalle tesi del mio partito. Una mattina di sette anni fa, insieme ad altri deputati della commissione sanità, andai a Birmingham, per visitare una clinica di malattie mentali. Entrammo in città dalla periferia dove vivevano allora 400mila immigrati di colore. Non vedemmo gli uomini che erano a lavorare ma i bambini e le donne sotto un cielo grigio. E li mi chiesi che ci stanno a fare, lontano dalla loro terra. Mi colpì lo sradicamento, lo spaventoso costo esistenziale. Perché poi e vero che riempiono le carceri e le cliniche psichiatriche. Voglio dire che nel difendere la nostra identità, noi europei dobbiamo difendere anche la loro identità e dobbiamo contestare il meccanismo di sradicamento e di espulsione che li porta a vivere in condizioni drammatiche e ad offrire manodopera a basso costo al neocapitalismo”.

Va sottolineato che Rauti (all’epoca di questa intervista non ancora segretario) polemizzava con il Msi proprio sulla linea lepenista di quest’ultimo (all’epoca rivendicata da Gianfranco Fini che solo molto più tardi se ne discostò) e sosteneva che la destra non doveva compiere l’errore di “cadere nel razzismo”. Ai giovani anzi, nella stessa intervista, consigliava di leggere meno Evola e di dedicarsi a studiare come agivano le multinazionali nel Terzo mondo. Al contrario – era la sua ricetta – “dobbiamo rivedere i rapporti con il Terzo mondo. E capire che, se non si creano lì le condizioni per restare, saremo sommersi”. Ed eccolo qua quello slogan, “aiutiamoli a casa loro”, che oggi tutti si contendono: grillini, leghisti, renziani (con qualche ritrosia e vergogna nel caso di questi ultimi). Uno slogan il cui copyright – avrebbe detto Rauti – “viene da lontano”… .

[Fonte: www.secoloditalia.it]




Il Tempo - Renzi ha copiato Rauti


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«Aiutiamoli a casa loro». Sugli immigrati Renzi imita Pino Rauti che già negli anni Ottanta ci aveva visto giusto. L’accostamento ci scappa. «Pino Rauti alla fine degli anni Ottanta
aveva già previsto tutto e indicato la strategia per evitare l’invasione» il tweet del gruppo “in ricordo di Pino Rauti, rilanciato dalla figlia Isabella Rauti. Uno stralcio delle sue Verità pubblicato qui accanto.
«Un medico italiano lì, costa sui 10 milioni al mese – si legge – Mentre il negro di quel Paese laureato in medicina (quasi sempre in Italia) si trova poi ridotto a lavare i piatti e a raccogliere ortaggi.




Linea - I “nodi che si stringono” mentre inizia il Duemila


11 gennaio 2000

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Siamo arrivati ad avere sei miliardi di uomini sulla terra “e tutti zitti”, ha scritto l’altro giorno Alberto Ronchey sul «Corriere della Sera». E poi ci sono stati gli innumerevoli articoli sul Ramadan in Italia e sull’islamismo “che avanza”; sul fatto che l’Italia “si appresta a diventare musulmana”. E, ancora, due notizie di quelle di alto rilievo, destinate a lasciare il segno: l’allarme, meglio ancora, la previsione statistica dell’ONU sulle conseguenze della denatalità e dell’invecchiamento che “mettono tutta l’Europa a rischio di estinzione fisica” (con l’Italia in prima fila), e la decisione del Belgio e del Lussemburgo di tornare a chiudere le loro frontiere.
Sarà pure importante l’andamento delle Borse; sarà pur vero quello che scrive Umberto Eco e cioè che “la rivoluzione è Internet” e che “chi non naviga, è perduto”, ma a noi sembra che su tutto e su tutti, su Borse e affari, su crediti e commerci, su “siti” e computer e quant’altro di trionfalmente e spesso traumaticamente nuovo è in atto, incombano e incalzino quegli altri “problemi”.
Ora – e i nostri lettori ce ne sono buoni testimoni – quei «problemi» li andiamo dibattendo da anni; e da anni li stiamo denunciando come assolutamente prioritari rispetto a tutti gli altri.
E basta leggere al riguardo sia le “tesi” del nostro primo Congresso Nazionale, a Chianciano, sia gli altri “testi” che via via sono andati a costituire il nostro retroterra culturale e programmatico. Ma abbiamo detto e notato e sottolineato altresì che tutta la cultura programmatica altrui – dalla Destra conservatrice alla Sinistra più o meno “progressista” – e tutta l’azione di Governo di questi anni, da Berlusconi a Prodi a D’Alema, apparivano del tutto privi di risposte adeguate a quei “problemi”.
Adesso, ci siamo.
Adesso, qualcuno di quei problemi comincia a diventare quello che l’analisi sociologica d’attualità definisce un “nodo che si stringe”.
E siamo agli articoli di fondo – lucidi e documentatissimi, com’è quello di Ronchey, sul quale avremo modo di tornare – e ci troviamo di fronte alla vera e propria valanga di cifre, statistiche e analisi alle quali ci stiamo riferendo.
Ecco come si apre, secondo noi, questo Duemila.
Demografia, ondate immigratorie, denatalità galoppante in tutto l’Occidente, riemergere dei grandi «scenari» dominati dal fattore “religione”.
Roba da «pensiero forte», commentiamo subito in prima battuta, mentre “LINEA” riprende – per fortuna del nostro Movimento – le pubblicazioni. Perché, a continuare a seguire il «pensiero debole», che invece predomina ed anzi dilaga, qui c’è il rischio di essere spazzati via.
Come volevasi dimostrare, scrivevamo una volta sui quaderni di scuola.
Come abbiamo sempre detto e sempre “creduto”, non ammainando nessuna delle nostre bandiere.

Pino Rauti




Auguri di Buona Pasqua


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RigenerAzione Evola.it - Civiltà | P. Rauti - Evola: una guida per domani


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Introduzione della Redazione: l’articolo pubblicato di seguito è il primo articolo, a firma del direttore Pino Rauti, del num. 8-9 (sett.-dic. 1974) della rivista Civiltà, numero dedicato interamente a Julius Evola, scomparso nel giugno di quell’anno. A questo articolo, significativo per comprendere l’influenza di Evola nella c.d. “destra radicale” del dopo-guerra, farà seguito la ripubblicazione integrale di tutti gli altri scritti – approfondimenti, interviste, memorie dell’uomo – apparsi sul numero. Iniziativa che, come RigenerAzione Evola riteniamo doverosa, per rendere omaggio tanto alla rivista Civiltà, veicolo del messaggio della Tradizione, in continuità con “Ordine Nuovo”, quanto a Julius Evola, rendendone vivo – riproponendone i commiati – il ricordo e la funzione, oggi quanto mai, di bandiera, di guida per il domani.

***

di Pino Rauti

(tratto da Civiltà, anno II, num. 8-9, Speciale Evola, sett.-dic. 1974)

Quasi sei mesi sono trascorsi dalla morte di Evola e in tutto questo periodo quello che non ha cessato di confortarci è stata l’eco della sua scomparsa. Potremmo riempire tutto questo numero della nostra Rivista, – che ad Evola è interamente dedicato, un’iniziativa che vuole essere più, molto di più, di un semplice atto di omaggio – con le sole citazioni di quello che su Evola è stato scritto nei mesi scorsi, ad opera delle più varie pubblicazioni del nostro mondo umano, culturale e politico, sia in Italia che all’estero. Degli avversari, in questa sede ed in questa occasione, non parliamo: sono stati più che mai “all’altezza – per dirla con Bossuet –  della loro bassezza”, della loro congenita miseria morale e intellettuale, del loro fisiologico cretinismo. Ma su quello che è avvenuto nel nostro “ambiente”, invece, mette conto di insistere, perché è stato sintomatico, perché è importante, perché ha fornito intera la misura di una “penetrazione ideale” che può servire anche – mentre incalzano i tempi di una lotta politica sempre più dura, aspra, oggettivamente pre-rivoluzionaria – da orientamento per il futuro. Di Evola, hanno parlato, hanno scritto moltissimi, ed in questi pochi mesi ce n’è giunta in Redazione una documentazione impressionante: da certi rotocalchi francesi a vasta diffusione a taluni “fogli” ciclostilati che perfino in Svizzera si rifanno alle tesi evoliane; e questo senza dire di tutte le Riviste e giornali nostri nelle varie lingue. In Italia è accaduto lo stesso:oltre ai giornali ed alle Riviste di destra, il nome, l’insegnamento di Evola, sono stati ricordati con rispetto ed affetto nelle più varie pubblicazioni locali, fino a quei coraggiosi bollettini locali che tengono bravamente la prima linea delle nostre idee. Abbiamo letto di Evola in un foglio della CISNAL della Campania e in un’ottima pubblicazione a ciclostile dei giovani missini di Pisa, tanto per fare due soli esempi.

[caption id="attachment_4513" align="alignnone" width="212"]Geo_evola_luglio2016-web Sul Monte Rosa, per rendere omaggio ad Evola[/caption]

Facciamo pure la tara, doverosa e onesta, per quanto, in un simile “concerto” è naturalmente dovuto al fatto “morte“, al semplice episodio della scomparsa fisica di un pensatore e di uno scrittore che in questi anni, a destra, ha disseminato a piene mani libri e saggi e articoli; ne resta pur sempre moltissimo per meditare e far meditare.

Nonostante ogni sforzo, per molti anni di questo dopoguerra Julius Evola era parso pur sempre un “isolato”. Sembrava che su di lui pesasse, ancora e sempre, quel “marchio” di astrattezza e di sofisticato intellettualismo che lo aveva accompagnato per tutto l’arco del Ventennio fascista; pareva che gli alitasse intorno quello stesso, insuperabile “alone di incomunicabilità” che lo aveva relegato, allora, ai margini quando non addirittura fuori della cultura cosiddetta “ufficiale”.

Parliamoci chiaro, e diciamo le cose come stanno. Gli imbecilli non mancano neppure nelle nostre file; anzi, si può dire che sono talvolta i più rumorosi tra noi, e i più apparentemente dinamici e verbosi. E se, prima, l’ostracismo ad Evola era durato un ventennio, adesso è da trent’anni che lo si è tentato, attuato e portato avanti, con la terribile costanza che hanno le mezze tacche intellettuali quando debbono “rosicchiare” qualcuno, qualcosa, più grande di loro.

Certo, l’errore fatto al riguardo nel Ventennio fu grande, è stato davvero clamoroso. Noi non esiteremmo a segnalarlo, come tra i maggiori commessi allora, e fra i più gravidi di conseguenze negative anche lontanissime – ma solo a prima vista, solo alla solita vista miope e mediocre, che non sa mai cogliere i legami inscindibili tra i fatti e le idee – da quel piano meramente culturale su cui oggi ci è facile annotarlo. Ci fanno ridere, o sorridere, gli avversari cheparlano di “errori” del fascismo; non sanno nep-pure quel che si dicono, dal nostro, davvero nostro, punto di vista. A costo di scandalizzarli ancora una volta (e di aumentare di chissà quanti e quali pagine il già ponderoso “dossier” che ci riguarda e che zelanti magistrati democratici e antifascisti stanno continuando a tenere in bella evidenza), ecco che lo scrivente, di quegli “errori” uno ne ammette ufficialmente: appunto, di non aver fatto del pensiero politico evoliano non tanto la “dottrina del regime” quanto, e soprattutto, di non averne fatto il vessillo della seconda guerra mondiale, per come andava proposta alla gioventù di tutta Europa.

Perché c’era, nelle tesi evoliane – ovviamente sfrondate dall’attualismo meramente pubblicistico degli articoli più legati alla contingenza – c’era, intendiamo, nella sostanza del sua pensiero, nel suo possente corpus ideologico-dottrinario, nella forza educatrice e fascinante del suo richiamo alle Tradizioni più alte e più nobili di tutto il nostro Continente, c’era il supporto solidissimo – e infrangibile – per le dimensioni meta-politiche, addirittura metafisiche di quel conflitto. A cosa sarebbe servito, in pratica? Sarebbe stato, davvero, importante? Ecco, a costo di scandalizzare ancora, chi scrive è convinto che sarebbe stato enormemente importante; forse addirittura decisivo. Una maggiore diffusione del pensiero evoliano (non diciamo egemone, non diciamo neppure preminente, ma soltanto adeguata al suo intrinseco peso specifico nei confronti di altri filoni culturali del Fascismo che,non meritandolo, andarono tuttavia per la maggiore) avrebbe dato ben altra solidità allo Stato, ben altra incisività e lucidità alla battaglia di quel Regime, e si sarebbe naturalmente trasfusa anche nelle vicende belliche. Nessuno è ancora riuscito a togliere dalla testa a chi scrive, che proprio quegli errori di impostazione culturale, proprio quelle deficienze – in una con la facilità di esprimersi e di articolarsi che essi crearono a forze reazionarie, oscure e sovversive – ci condussero ad avere uno strumento bellico largamente inadeguato, venuto che fu il momento della disperata tensione bellica, degli sforzi supremi e delle scelte di fondo.

[caption id="attachment_4514" align="alignnone" width="300"]“Fuor dai piccoli schemi solamente “patriottici” che poi condussero all’impostazione suicida delle “guerre parallele” […] sarebbe servita una più decisa assunzione del pensiero evoliano proprio in ciò che esso aveva di altamente evocatore della tradizione organica e unitaria dell’Europa.” “Fuor dai piccoli schemi solamente “patriottici” che poi condussero all’impostazione suicida delle “guerre parallele” […] sarebbe servita una più decisa assunzione del pensiero evoliano proprio in ciò che esso aveva di altamente evocatore della tradizione organica e unitaria dell’Europa.”[/caption]Ad esempio, per capirci: per la nostra guerra, guerra in Mediterraneo, nel Medio Oriente, nei grandi spazi del Nord Africa e dell’Africa Centrale, avevamo bisogno di uno strumento bellico basato sull’aviazione e sulla Marina, con un esercito “coordinato” ai primi due fattori e costituito essenzialmente da paracadutisti, reparti da sbarco, forze integrate motocorazzate; e invece, quella cultura ci dette quello Stato Maggiore: lo Stato Maggiore badogliano, di stampo “piemontese”, ancora legato agli schemi delle masse umane e della guerra di trincea del ’15-’18. Di più: uno Stato Maggiore “massonico” che al fascismo ed al suo regime pensò sempre in termini di potenziale alternativa di potere, come si vide il 25 luglio e l’8 settembre del 1943. E ancora; avevamo una sola possibilità di vincere quella guerra: trasformandola subito in guerra dell’Europa e mobilitando tutte le energie del Vecchio Continente contro i “blocchi” sovietico e statunitense che ci si stavano serrando addosso, prima che la loro brutale superiorità in materie prime e mezzi materiali potesse avere il tempo di organizzarsi, di condensarsi. Anche a questo scopo, fuor dai piccoli schemi solamente “patriottici” che poi condussero paro paro all’impostazione suicida delle “guerre parallele” perfino tra Italia e Germania, e vellicarono il “particolare” di ogni altra Nazione europea – anche a questo scopo, sarebbe egregiamente servita una più decisa assunzione del pensiero evoliano proprio in ciò che esso aveva di altamente evocatore della tradizione organica e unitaria dell’Europa: imperiale e gerarchica, spirituale e ghibellina, eroica, ascetica e aristocratica, tutta centrata sui valori del metafisico e del sovrasensibile.

In sintesi: se ci fossero stati, allora, più giovani “evoliani”, in Italia, e fuori, li avremmo avuti tutti, certissimamente e sino alla fine, nei reparti d’assalto europei; non li avremmo davvero visti, come invece accadde a tanti, alzare le mani alle prime ritirate, crollare alle prime fluttuazioni del fronte, arrendersi più o meno ignominiosamente e poi magari finire, come è pure avvenuto massicciamente, nelle file delle varie intellighentie demo-liberali o marxiste. E non si creda che stiamo, in qualche modo, divagando; siamo esattamente al punto, alla per noi fondamentale, essenziale, sempre valida esigenza,di premettere a ogni battaglia, contemporanea – in borghese o in divisa, politica o militare – i più solidi, limpidi, lucidi riferimenti d’ordine etico-dottrinario. Altrimenti, si costruisce sulla sabbia o, per quanto ci si affanni, secondo il malvezzo nostrano di far retorica, gesticolare e far scena  non si costruisce affatto.

Ma se l’ostracismo dato allora ad Evola – in quanto pensiero “essenziale” sullo Stato, su un certo ventaglio di ipotesi costituzionali da discutere e realizzare per le tipologie dei regimi degli Anni Trenta europei, sui punti di riferimento “supernazionali” da far valere miticamente, alla Sorel, per tutto il Vecchio Continente – in fondo si comprende  (pur se non si giustifica) avuto riguardo al livello medio culturale di allora nel nostro campo e alle pesanti ipoteche dell’Ottocento che, ancora così prossimo, vi spadroneggiava in termini dottrinari; che dire del trentennio successivo?

Molti del nostro ambiente sono dovuti arrivare al 1969, alla “contestazione globale”, alla critica dilagante al consumismo, alle piazze nereggianti di giovani, soprattutto studenti, per tornare ad afferrare nei suoi contorni precisi come e quanto può valere un mito di battaglia; amara constatazione da farsi, visto che proprio essa era stata la motivazione psicologica più proficua acquisita, tra il Venti e il Trenta, in tutta Europa, dalla destra rivoluzionaria.

Sorprendente a constatarsi, addirittura scandaloso – ma solo per i “praticoni”, per i professionisti “burocratici” del far politica, oltre che per gli ignoranti belli e buoni che non avevano letto un prima né dopo il 1945 – sorprendente e scandaloso, dunque: le università, le piazze, città intere entrarono in febbrili convulsioni perché, per anni e anni quelle tossine sovversive erano state accuratamente diffuse per ogni dove da centinaia di riviste, da migliaia, diecine di migliaia di fogli, foglietti, opuscoli, dispense e libri. E i nomi che stavano dietro tutto ciò? Erano di filosofi e di pensatori, tipo Adorno e Horckeimer, e soprattutto tipo Marcuse.

[caption id="attachment_4515" align="alignnone" width="300"]Il “mito” Marcuse Il “mito” Marcuse[/caption]

Sì, lo sappiamo benissimo che, dietro la “contestazione” c’erano anche un’infinità di altre cose;gli innumerevoli «apparati» dell’imperialismo sovietico, la sua multiforme spinta espansionistica, immensi mezzi che da quella costante pressione dipendono e sono lanciati e rilanciati senza sosta a trasformare in breccia ogni fessura che si apra nel mondo occidentale, nella “trama” della sua vita sociale, civile e culturale; e sappiamo anche che, sempre dietro le quinte, andando di pari passo con l’estremismo piazzaiolo e barricadiero, si sono articolati i minacciosi tentacoli del terrorismo neo-anarchista e maoista che, specie in Italia – ma anche in Francia, in Germania, in Belgio – hanno insanguinato la lotta politica di questi anni, a cura specifica – questo è il nostro parere – di appositi servizi speciali russi e tedesco-orientali; ma nonostante tutto questo, non sottovalutiamo affatto il dato culturale, la dimensione propriamente culturale di quello che è accaduto.

Nell’epoca moderna, fortemente ideologizzata, vale più che mai l’espressione di Napoleone, secondo la quale le rivoluzioni sono delle idee che trovano delle baionette. Quali che siano i mezzi “tecnici” entrati in scena e in azione, o rimasti dietro le quinte a fornire i necessari supporti organizzativi, vi è pur sempre bisogno, in questi nostri tempi, di un supporto ideale, di una base culturale. Ebbene, a destra, per una destra che avesse voluto e avesse saputo uscire dagli schemi un po’ routiniers della lotta politica per come si era venuta determinando un po’ in tutto l’Occidente nel corso degli anni ’50 e per buona parte del decennio successivo – gli anni dei “miracoli economici”, del consumismo fine a se stesso, delle illusioni sullo sviluppo indefinito da avvolgere nella bambagia del neo-capitalismo – a destra, dunque, c’era un pensatore, uno scrittore, un ideologo, che avrebbe potuto fornire tutte le armi ideali occorrenti, tutta l’architettura dottrinaria che era necessaria, almeno come punto di partenza o di riferimento.

Evola, appunto; inchiodato sul suo letto sin dal 1945 ma ancora incredibilmente “vitale” ed attivo oltre la parziale paralisi del suo corpo ferito e piegato per sempre da una bomba sovietica a Vienna. Singolare tipo di “filosofo”, di pensatore, di ideologo, che veniva a noi direttamente dalle trincee della seconda guerra mondiale, e che ben avrebbe potuto diventare – ancora vivente – un “mito”, se non altro per il suo impegno nel conflitto. Perché i “miti” degli altri, in fondo, a guardarli da vicino, cos’erano, cos’erano stati, da dove erano venuti? Intellettuali della specie più libresca, e “impegnati”, al massimo, nelle apostrofi e nelle invettive comiziali, si erano comodamente auto-distillati nelle biblioteche di asettiche Fondazioni, magari neocapitalistiche, all’ombra della stessa società che andavano a contestare e a far contestare, anzi nelle sue “pieghe” più confortevoli e ben retribuite, balzati sulla crosta dell’onda rossa ma tutti onusti di stipendi e diarie, gettoni di presenza e diritti d’autore, ampiamente rimpannucciati dagli introiti delle interviste a giornali, radio e Tv dell’odiato Occidente. Strani «profeti» dell’estremismo rivoluzionario, che quando si spostano viaggiano solo nelle prime classi degli aerei, scendono solo negli alberghi più lussuosi, a contatto di gomito con industriali e finanzieri, anch’essi “vip”, come quelli che più frequentano, naturalmente contestandoli.

Colui che poteva diventare il “nostro” profeta, ci veniva direttamente dalle macerie della Vienna assaltata dall’Armata Rossa; ma quasi nessuno, nelle nostre file, sapeva neppure che Evola era stato tra i primi, e tra i pochi, ad accogliere Mussolini quando egli era arrivato in Germania, dopo la spettacolare liberazione sul Gran Sasso adopera di Skorzeny; e che in Germania ci stava da dopo il 25 luglio intento ad un profondo lavoro culturale che lo aveva portato a contatto con gli esponenti più rappresentativi della cultura tradizionale di tutta la nostra Europa, un lavoro iniziato da anni e ancora tutto da scoprire, da riscoprire e valorizzare.

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Era stato, il suo, un “itinerario della spirito” (prima e più ancora che della semplice “cultura”) che lo aveva portato a contatto con uomini e ambienti che, in seguito, avrebbero lasciato tracce consistenti e significative nel dramma dell’Europa. Un itinerario affascinante, sul quale sappiamo poco, pochissimo, perché anche con coloro che gli sono stati in questi ultimi anni più vicini, Evola non parlava quasi mai di quelle sue “esperienze”. Eppure, si sapeva, si era via via saputo, che pochi come lui erano riusciti _ per esempio – a penetrare negli ambienti più “segreti” degli Alti Comandi delle SS, là dove si tentava la “europeizzazione” del nazismo e si muovevano le file di disegni politici “strategici” a livello continentale, la cui parte apparente, emergente, era rappresentata dalle diecine e diecine di “Divisioni d’assalto” a reclutamento europeo che cominciarono a dare una “dimensione” diversa alla stessa guerra, dal 1943 in poi; che era stato a lungo, in visita attenta, non da semplice spettatore, nei famosi – e ancor oggi del tutto sconosciuti – “Castelli dell’Ordine”, gli «Ordensburgers» delle Waffen SS, dove i quadri superiori di quei reparti “europei” ricevevano un’istruzione culturale e dottrinaria molto diversa – si potrebbe dire “esoterica”, nel senso di superiore e riservata – da quella stessa ufficiale del nazismo; che aveva incontrato e conosciuto bene tutti i capi e gli esponenti del cosiddetto “fascismo europeo”, da Quisling a Codreanu a Mayol de Lupé.

Codreanu, nella Casa Verde che i suoi “legionari” avevano costruito da soli, al termine della visita gli aveva offerto – dono raro da parte del “Comandante” – un distintivo in oro della Guardia di Ferro, quello che portava come simbolo le sbarre di una prigione. Edi lì a poco, a centinaia, a migliaia finivano in prigione le Camicie Verdi, torturate e massacrate da Re Carol – l’uomo di fiducia delle Logge massoniche di Parigi – mentre lo stesso Codreanu veniva tratto dalla cella solo per essere strangolato in una foresta e gettato in una fossa di calce viva.

[caption id="attachment_4517" align="alignnone" width="300"]La “Charlemagne” La “Charlemagne”[/caption]

Anche Mayel de Lupé era stato tra i suoi interlocutori preferiti; e fu da Evola stesso che apprendemmo qualche avaro particolare – prima ancora di leggerne in alcuni libri francesi -su questo singolare “personaggio”, un Cardinale di Santa Romana Chiesa, forte di un “rescritto” personale di Pio XII, fu il Cappellano militare della “Legione dei Volontari francesi” prima e della Divisione d’assalto “Charlemagne” poi, sul fronte orientale: a torso nudo, sul petto, il mitra e la Croce d’oro e di diamanti insegna del suo alto rango religioso, erede di una delle più illustri famiglie “Vandeane” di Francia, i cui esponenti erano caduti combattendo contro i giacobini, Mayol de Lupé seguì fino all’ultimo le sorti dei suoi reparti, che furono poi tra gli ultimi difensori – insieme a norvegesi e danesi – della Cancelleria di Berlino. Ancora nel maggio del ’45 – altro episodio ignorato – un battaglione di quei francesi raggiunse una isolata zona montuosa dell’Alto Adige, allo sbocco del valico di Resia, e lì si sciolse ordinatamente, defluendo tra le “maglie” dell’occupazione alleata, aiutato in tutti i modi dalla popolazione locale. Il Cardinale de Lupé, messi in salvo gli uomini, andò a battere alla porta di un monastero nascosto tra i boschi, presso Glorenza – che, molti anni dopo, solo per fortuito caso turistico, ritrovammo e visitammo – ancora battagliero e polemico, come era sempre stato sia di fronte ai suoi interlocutori della Curia Romana che di fronte a Himmler; al Priore che, non potendo rifiutare l’asilo a così alto prelato voleva almeno mettersi in pace la coscienza e, già presago dei “dialoghi” che sarebbero venuti, gli rimproverava la sconfitta: “ci hanno schiacciato – rispose secco – le armi degli altri, non le loro idee!”. Poi, si richiuse in preghiera, non volle parlare più con nessuno, e rientrò in Francia, dove, sempre in silenzio, morì qualche anno dopo.

Ecco da dove ci “veniva” Evola, da un ambiente di “giganti”, di autentici atleti dello spirito e della cultura europei, da un mondo drammatico e tormentoso, con vette e abissi da vertigine. Altroché Adorno, altroché Marcuse, altro che la “scuola sociologica” di Francoforte! Ma noi non lo conoscemmo cosi, noi non lo “incontrammo” così. Tutte queste cose, le apprendemmo poi, man mano che ci addentravamo, di pari passo, nello studio dei suoi libri e nell’analisi di certe “dimensioni” ancor oggi sconosciute del secondo conflitto mondiale.

Ci sono stati – anche questo è importante ricordarlo, è significativo in un senso non certamente banale e meramente rievocativo – ci sono stati, dunque, diecine di giovani romani di destra, per lo più studenti, per lo più reduci dalla RSI, che “incontrarono” Evola attraverso i suoi libri, e quei libri lessero nelle celle della prigione romana di Regina Coeli. Infatti, per chissà quale flusso e riflusso della lotta politica, negli anni tra il 1946 e il 1950, nella biblioteca di Regina Coeli, v’erano alcuni libri di Evola. Fu li che molti di noi lo conobbero per la prima volta, tra una detenzione e l’altra. Allora, nelle carceri non imperversava la contestazione sovversiva che vuole i “politici” immersi, come tanti maoisti “pesci nell’acqua” nell’ambiente dei delinquenti comuni, tra ladri, rapinatori,sfruttatori di femmine e simili, assunti e riguardati come  “vittime della società”; d’altronde, i politici erano soltanto di destra – all’incirca come sta accadendo adesso – e venivano tenuti separati dagli altri detenuti, in appositi “bracci”. E al famoso, e famigerato, “quarto braccio” di Regina Coeli, dove centinaia di giovani nostri passarono, a rotazione, in quegli anni, alcuni di noi scoprirono per caso che si potevano avere dalla biblioteca alcuni libri mai conosciuti prima. (Poi, nel 1950, anche Evola venne a Regina Coeli, ci venne personalmente; da detenuto, intendo; arrestato – insieme a una quarantina di noi, tra anziani e giovani – per una delle prime applicazioni di quelle “trame nere” che in seguito il regime, passando dalla fase artigiana di allora a quella più industriale di oggi, non avrebbe mai cessato di inscenare ai nostri danni).

Comunque, solo molto tempo dopo aver letto i suoi libri noi – che lo credevamo morto durante la guerra! –  eravamo riusciti, casualmente, ad apprendere che, invece, era vivo; paralizzato ma vivo, e addirittura a Roma, al centro di Roma, in una vecchia casa di cui poteva pagare l’affitto solo perché una generosa amica gliela aveva conservata a fitto bloccato; e solo dopo molti mesi di detenzione riuscimmo a rivederlo, portato nell’aula della Corte d’Assise dove si tenevano le udienze del nostro comune processo, perché, date le sue condizioni, era stato tenuto sempre all’infermeria di Regina Coeli.

[caption id="attachment_4518" align="alignnone" width="189"]Francesco Carnelutti, noto avvocato e giurista che, pur di estrazione liberale, si offrì di difendere Evola nel processo-farsa intentato ai danni del Barone. Leggi qui l’arringa Francesco Carnelutti, noto avvocato e giurista che, pur di estrazione liberale, si offrì di difendere Evola nel processo-farsa intentato ai danni del Barone. Leggi qui l’arringa[/caption]

Non entrò in aula, Evola; vi fu portato a braccia; e poiché in tutto il carcere e neanche a Palazzo di Giustizia era stato possibile reperire una sedia a rotelle o qualche aggeggio simile, nell’aula lo “introdussero” quattro detenuti comuni trasformati in infermieri, che lo trasportarono disteso su un telone. Poi, aiutato, Evola si issò su una sedia, inforcò il suo monocolo e si guardò intorno, con quei suoi occhi straordinari, vivissimi, lucidissimi, quelli stessi che avevano visto gli “Ordensburgers”, i Castelli dell’Ordine della Pomerania, e la rovina di Vienna, e Codreanu e tante, tante cose ancora; e che adesso ispezionavano con divertita curiosità l’aula della 1a Sezione della Corte ,d’Assise di Roma. Ricordo cbe si era offerto di difenderlo –  gratuitamente, perché Evola non aveva una lira, esattamente come tutti noi – Carnelutti che, seguito da un codazzo di assistenti, di estimatori, di giovani di studio (tra il pubblico, per Carnelutti che prometteva faville, diecine di signore-bene della Roma salottiera e mondana che, allora, non s’era ancora incanaglita come oggi, e apprezzava questo tipo di processi), pronunciò per il suo cliente una delle sue arringhe più belle, più entusiasmanti. Ma <<anche delle più difficili>>  –  confessò poi – perché, per difendere bene Evola, da quell’onesto liberale di destra che era, non poteva non parlare anche di noi,delle nostre piccole e scatenate “riviste” di allora; e noi dal box dove ci avevano tolto le manette (<<ma state, dunque, zitti! – ci disse a un certo punto – protestate anche contro di me, che sto tentando di salvarvi!>>) lo interrompevamo, ogni qualvolta ci sembrava che ci “dipingesse”, sia pure per dovere e scrupolo e artifizio di difensore appassionato, meno “ortodossi”, dal punto di vista dottrinario, di quel che a noi importava, nonostante tutto, apparire.

Da allora, da quegli anni, da quelle singolari esperienze, una parte non indifferente – né come numero né come qualità – della gioventù di destra, diventa “evoliana”; nel senso che si rifece alle tesi culturali e dottrinarie di Evola. Non sempre lo fece bene, naturalmente, come accade sempre tra i ventenni; vi furono sciocchezze e ingenuità, rozzezze inutili e riferimenti sbagliati, come pure estremismi del tutto infantili o meramente “giovanilistici” che erano, nella sostanza, agli antipodi di una corretta interpretazione di quelle tesi. Ma chi vorrà scrivere un giorno la vera storia culturale della destra italiana in questo dopoguerra, dovrà ampiamente tener conto di questa singolare “alleanza”: tra la gioventù più accesamente di destra e un pensatore che, invece, durante il Ventennio, non aveva mai avuto i giovani accanto a sé.

Poi – durante e dopo la “contestazione”, i vari “maggi” del ’68 e del ’69 in Francia, in Germania, in Italia – Evola cominciò a diventare il punto di riferimento di ambienti sempre più vasti, non soltanto giovanili e “attivistici”; avvenne, altro fenomeno singolare, che quelle stesse opere che durante il Ventennio erano state pochissimo lette ed anzi erano rimaste quasi del tutto sconosciute intermini di diffusione, conobbero tirature notevoli, crescenti, da migliaia di copie. Ci fu, anzi, a un certo punto, un vero e proprio “boom” di Evola, con la ristampa di tutti, o quasi tutti, i suoi libri; alcuni da grosse case editrici, altri ripresi e stampati addirittura all’insaputa dello stesso autore, con iniziative del tutto “spontanee”, da gruppi giovanili di base e della nostra periferia politica, che cosi volevano rendersele, e renderle, più accessibili.

[caption id="attachment_4519" align="alignnone" width="300"]Il palazzo romano dove abitò Julius Evola, in Corso Vittorio Emanuele n. 197 Il palazzo romano dove abitò Julius Evola, in Corso Vittorio Emanuele n. 197[/caption]

Ad Evola, aristocratico in tutto, tutto ciò non piaceva molto. Sapeva un po’ di “supermarket”,` di smercio indiscriminato, di consumo di massa; più volte ci pregò di intervenire, e lo facemmo, anche; ma, verso la fine, quando notò che il fenomeno si estendeva a macchia d’olio, non ce ne parlò più. Forse, in fondo, gli faceva piacere scoprire che, per laprima volta e proprio quando ormai sentiva di esser giunto al termine della sua esperienza terrena, avveniva tra le sue “idee” e un pubblico così vasto, così entusiasta, per lo più giovane e ardente e battagliero, quell’incontro che, prima, non si era mai verificato. È stato così che, senza volerlo, senza far nulla in tal senso, forse senza neppure accorgersene nella sua “fissità” da inchiodato tra quattro mura, sempre in quelle stanze, diviso solo tra il letto e lo scrittoio – Evola è diventato un “vessillo” per la destra; per la destra giovane e rivoluzionaria, intendiamo: uno – per dirla con una sua espressione – da «linee di vetta››.

Ma dell’uomo Evola, anche, va detto; e ricordato qui, in questa occasione. Con discrezione e misura, sia pure, per non allontanarci dal suo “stile”, che relegava duramente ai margini tutto quel che aveva attinenza all’«umano, troppo umano››. Solo per annotare che quell’uomo, paralizzato da trenta anni, padroneggiando con volontà davvero superiore, le sue incessanti sofferenze fisiche, ha continuato per trent’anni a scrivere a pensare, a tenere corrispondenza fervida e lucida, a ricevere e a parlare; ad “insegnare”, insomma.

Negli ultimi anni, le sue condizioni si erano aggravate; piaghe dolorose, irriducibili, si erano fatte avanti nella parte paralizzata del suo corpo; ma la lucidità delle idee e la volontà di “fare” ancora qualcosa, di continuare la stessa battaglia, non erano affievolite in lui. E così se n’è andato: chiedendo solo, alla fine, di essere alzato ancora una volta, un’estrema volta; di poter raggiungere ancora quello scrittoio che era diventato da tre decenni la sua trincea ideale, per potervi morire accanto, ma in piedi.

Perché Evola è diventato, oggi, finalmente, così “diffuso”? Perché viene tanto letto e citato, dopo così lunghi periodi di ostracismo, di emarginazione, di incomprensione o addirittura di irrisione?

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Anche questo non possiamo non chiedercelo, nel dare alle stampe un numero della nostra Rivista interamente dedicata a lui. E anche qui, dobbiamo parlar chiaro. Perché Evola dà alla destra, mette a disposizione della battaglia politica della destra, quello che essa non ha mai avuto in senso dottrinario, e cioè di compiutamente organico: una concezione dell’uomo e del mondo, una “visione” globale che può diventare, che ha in sé tutti i presupposti per diventare, un “mito” e una bandiera. intendiamoci: Evola ha avuto una “produzione” sterminata: trenta libri, trecento saggi, alcune migliaia di articoli. Aggiungendovi anche l’epistolario e altri scritti comparsi all’estero, inediti in Italia ma pur sempre reperibili, una sua eventuale “opera omnia”, consterebbe di almeno sessanta-settanta volumi: e certamente, in questa congerie immensa bisognerà distinguere quanto fu legata alle varie contingenze e alle stesse “fasi” del suo iter spirituale e culturale. Ma, per quanto ci risulta da lunghe letture, siamo già in grado di affermare che poco, davvero poco, è catalogabile sotto l’etichetta di quel che a ogni pensatore capita di scrivere in termini meramente “giornalistici”, e cioè caduchi. Quand’anche si sia fatta una simile sottrazione, resta pur sempre un’autentica e colossale “miniera” di idee, di tesi, di interpretazioni della storia, di riferimenti al metafisico e al sovrasensibile, di spunti e orientamenti “sociologici” sulla civiltà moderna, sul Medio Evo, sulle dottrine religiose, sui problemi del sesso e del costume moderni, sul mondo indo-ariano, o altre cose ancora che fanno di Evola, a nostro avviso, uno dei più grandi pensatori europei, e non solo di questa nostra epoca ma di tutti i tempi. E basti osservare qui – pur se l’argomento richiederebbe ben altro spazio – che, per esempio, Evola ha scritto sulle religioni antiche e sulla religiosità orientale, sul buddismo e sull’induismo, sulle “tecniche iniziatiche” e sulla magia, sull’alchimia e sulla filosofia antica, migliaia di pagine sulle quali non c’è stato “specialista” e accademico “settoriale”, che abbia potuto trovare una sola imprecisione, un solo errore, una sola superficialità; a dimostrazione di una padronanza assoluta anche di questi specifici argomenti, che ha davvero del prodigioso, e che un giorno troverà certamente critici e analisti più serrati e dotati di noi per dirne come essa merita.

Per quello che attiene al campo, diciamo così – con una immagine che però ci sembra già abbastanza riduttiva – della “coltura politica”, il pensiero evoliano non può non essere definito come il più coerente, il più organico, il più completo mai apparso sulla scena della destra.

Anche qui, un solo esempio tra i tanti, i tantissimi che si potrebbero citare spigolando tra le sue pagine con l’occhio bene attento alla data di uscita delle sue opere; e riprendendo, per concluderlo, il ragionamento già avanzato all’inizio, sul singolare “vuoto” che si causò il Ventennio, ignorando Evola e le sue tesi. Il libro più completo di Evola, dal punto di vista della cultura politica, è: Rivolta contro il mondo moderno.

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Ebbene è semplicemente sbalorditivo leggere, oggi, quelle pagine e pensare, meditare, sul fatto che esse comparvero nel 1934, in un anno, cioè, in cui assolutamente nulla lasciava prevedere quel che poi sarebbe accaduto. Il fascismo, allora, era ancora quasi del tutto legato alla sua matrice “patriottica” e reducistica; Hitler e il nazismo erano appena giunti al potere in Germania; il mondo occidentale stentava a riprendersi dal “ciclone” distruttivo scatenato dalla Grande Crisi americana del 1929, e tutta la politica internazionale era dominata dal “nodo” centro-danubiano, che vedeva Italia, Francia e Inghilterra ruotanti attorno ai problemi posti dall’Austria, dall’Ungheria, dalla Iugoslavia. Si era, insomma, in pieno dopo-Versailles, con iniziative, metodi e schemi mentali che, rivisti adesso, sanno tanto di diciannovesimo secolo. Di lì ad un anno, con l’impresa etiopica, tutta la storia europea, e quindi mondiale, avrebbe subìto non solo una brusca accelerazione ma una vera e propria impennata; e tuttavia, pochi – pur tra i maggiori protagonisti – sembra siano stati esattamente coscienti delle forze dirompenti che si sarebbero scatenate entro pocbissiino tempo, fino a scatenarsi nel vortice della seconda guerra mondiale.

Eppure nel libro di Evola – e crediamo davvero di poter aggiungere che ciò avviene solo in quel libro, fra le centinaia di libri di cultura politica che in quel periodo uscirono in tutta Europa – vi è la esatta, lucidissima premonizione di quanto sarebbe accaduto. Come, sempre a titolo esemplificativo, nel capitolo su americanismo e bolscevismo, che può definirsi addirittura profetica. Evola, dunque, previde con precisione assoluta che si sarebbe giunti fatalmente ad una alleanza tra Stati Uniti e Russia Sovietica, anzi aggiunse che quella alleanza era «nella natura delle cose» date le premesse «unitarie» alle quali si ispiravano sia il liberalismo democratico e capitalistico, sia il comunismo sovietico e collettivistico. Un altro scbieramento, un altro “fronte” si andava enucleando in Europa e nel mondo, tra Italia, Germania e Giappone; e tra i due “blocchi” l’abisso era ideale e dottrinario, di concezione dell’uomo e del mondo, appunto. La Russia e gli Stati Uniti, se non battuti, avrebbero formato le due branchie di una stessa tenaglia, destinata a stritolare l’Europa, a farla scomparire non solo come forza politica ma come “portatrice” di un certo modello di società e di civiltà, come “nocciolo” capace di ripetere in forme nuove adeguate ai tempi, moduli di esistenza e di organizzazione socio-politica che si riallacciassero alle sue Tradizioni, spirituali e gerarchiche.

[caption id="attachment_4522" align="alignnone" width="300"]in-piedi-fra-le-rovine-1160x653 Noi non abbiamo paura delle rovine![/caption]

Ma c’era ancora di più, che passò stranamente inosservato, e che – invece – se ben valutato avrebbe potuto essere aggiunto, a rettificare, ad orientare meglio, a rendere più incisive e funzionali le scelte del Regime, sia in politica interna che in politica estera, con i necessari “riflessi” sulla nostra stessa strutturazione militare: la “ripresa” di certi valori tradizionali e spirituali, era in netta antitesi con tutto l’orientamento del mondo contemporaneo, quale si era “costruito” da secoli, e più direttamente dal tempo della Rivoluzione francese; la lotta sarebbe stata aspra, dura, totalitaria; non v’era spazio per compromessi o accordi tattici, se non temporanei; in giuoco erano i destini del mondo e dell’umanità. Solo noi potevamo imprimere una “sterzata rivoluzionaria” all’epoca contemporanea, perché altrimenti, spingendosi alle sue estreme ma logiche conseguenze, affermava Evola «tutta questa civiltà di titani, di metropoli di acciaio e di cemento, di masse poliartiche e tentacolari, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta».

Sono passati gli anni, sono passati i decenni; e adesso vediamo che quella “tenaglia”; adesso, adesso solo cominciamo a percepire l’infinita serie di “valori” che nella sua stretta sono stati e sono, schiacciati; adesso e solo adesso ci rendiamo conto di quale e quanta “civiltà” – nel senso di capacità dello spirito a padroneggiare,a  nobilitare la vita degli uomini e dei popoli – sia andata perduta; verso quali estremi lidi si stia, tutti noi occidentali, navigando e naufragando. Adesso si scoprono i drammi ecologici, come rottura gravissima arrecata all’equilibrio dal delirante sviluppo industriale; si scopre la follia insita nella corsa indefinita del “progresso” scienti-fico e tecnologico; si lanciano gli slogan: tipo «metropoli-megalopoli-necropoli››; si riempiono le librerie con diecine di opere sulla crisi che minaccia di travolgere i “grandi sistemi” contemporanei.

Era stato tutto scritto, tutto previsto nelle sue linee essenziali, tutto “pensato”; e tutto ciò è avvenuto, con decenni di anticipo, sul fronte della cultura di destra.

Per questo non “commemoriamo” banalmente; più semplicemente e veramente confermiamo un impegno di lotta, additando in Evola e nell’essenza della sua opera una bandiera che non è di ieri ma di oggi e di domani.

[Fonte: www.rigenerazionevola.it]




Secolo d'Italia.it - A 40 anni da Campo Hobbit: nostalgia o voglia di riunire la comunità dispersa?


Torna dopo quarant’anni il Campo Hobbit, l’esperimento voluto dall’ala rautiana del Movimento Sociale Italiano, per cercare di cambiare le cose, ossia il mondo dell’attivismo missino e il suo modo di rapportarsi con la società. Il Campo Hobbit I, tenutosi a Montesarchio in provincia di Benevento per volontà di coraggiosi esponenti del Msi, fu in realtà una vetrina su un mondo sconosciuto, quello dei giovani neofascisti del Msi e del Fronte della Gioventù, dei quali non si parlava mai se non per casi di cronaca nera. L’ispiratrice di questa operazione è Marina Simeone, la figlia di quel Generoso Simeone che fu l’anima del primo campo. Insieme a lui e a Pino Rauti, altri contribuirono alla realizzazione di quel campo storico, da Alessandro Di Pietro a Umberto Croppi, da Monica Centanni a Giampiero Rubei, da Marco Tarchi a Silvano Moffa, da Monica Zucchinali a Stefania Paternò, da Junio Guariento a peppe Nanni, da Paolo Frassinetti ad Antonella Bellucci, da Bruno Socillo a Flavia Perina e a tanti  tanti altri, senza dimenticare il fondamentale Circolo Satrico di Latina con Nando Cappelletti, Maurizio Guercio , Ferdinando Parisella, con il contributo – perché nasconderlo? – del gruppo storico di Ordine Nuovo di Roma. Ma il vero ispiratore, lo ricordiamo ancora una volta, fu Simeone, originario del Beneventano, che fu prezioso anche per l’organizzazione logistica del tutto, alla cui memoria è dedicata l’intera manifestazione. E ci scusiamo per aver involontariamente dimenticato tutte le centinaia di camerati che contribuirono all’ideazione e alla realizzazione di Hobbit 1.

Il Campo Hobbit si svolgerà di nuovo a Montesarchio

Il nuovo campo di svolgerà proprio dove si svolse il primo, dove qualcosa indiscutibilmente nacque, dal 23 al 25 giugno prossimi. Diverse sono le reazioni, sia tra chi vi partecipò sia tra le nuove generazioni: operazione nostalgia? rimasticatura di sensazioni irripetibili? recherche del tempo perduto? Oppure serie volontà di ricostituire un mondo, quel mondo, che tanto ha dato non solo a diverse generazioni ma anche all’Italia stessa. Ma lasciamo parlare gli organizzatori, che hanno espresso il loro pensiero in una nota esplicativa: “Quarant’anni dopo a Montesarchio un nuovo incontro per richiamare alla memoria il senso di appartenenza e la volontà di confronto e scontro di una generazione che non si è arresa. L’identità è il sottotitolo scelto per questa tre giorni di musica, dibattiti, mostra fotografica, ricordi, analisi. Una identità perduta o mai dimenticata? Alla ricerca di una politica sociale, globale, meno misera sicuramente di quella a cui ci stanno abituando. Abbiamo messo in moto un laboratorio di azione e reazione, una chiamata alle armi e in fondo un modo di fare cultura, quella che parla la lingua del popolo, perché si forma dal suo sangue, quella che allo speranza oppone la volontà. Senza steccati né pregiudizi il nostro Hobbit è prima di tutto il cammino di una comunità dall’origine verso la sua naturale proiezione. Gli anni Settanta alle nostre spalle ci intimano di non intraprendere strade già battute, ma sentieri vergini, seppur tortuosi, sui quali idee sostenute fermamente possano trovare la propria stabile dimora. E a chi parla di nostalgismo, possiamo rispondere che non c’è nostalgismo nella memoria, ma fedeltà, come a chi ci condannerà di tradimento del folklore potremmo rispondere che non c’è fedeltà nella imitazione anacronistica, ma ingenerosità”.

Il Campo Hobbit del 1977 evento dirompente

Ecco un ricordo del Campo così come descritto in un recente libro sugli anni Settanta missini: “Il Campo Hobbit a Montesarchio fu comunque un evento dirompente nel mondo giovanile della destra, in quel momento a un bivio o in una fase di transizione, scioccato dagli assassini politici e dal clima di intolleranza, e frustrato dal poco spazio che aveva nel Msi, del quale comunque non si condividevano le strategie. Organizzato da Generoso Simeone, proveniente da Ordine Nuovo e fondatore del giornale L’Alternativa, ma ideato e anche voluto da Rauti, il campo è una singolare due-giorni di musica, concerti, poesia, dibattiti, grafica, teatro, ma soprattutto di incontri tra i giovani anche di varie parti d’Italia, per confrontarsi su quello che stava succedendo in questa Italia che sembrava veramente impazzita. E si consideri che Acca Larenzia non c’era ancora stata, così come il rapimento Moro. I giovani neofascisti, o postfascisti, si rivolgevano verso Pino Rauti più per una protesta verso la classe dirigente del Msi, cui si attribuiva una scarsa reazione alle persecuzioni cui tutti erano sottoposti da anni, che per una reale convinzione dottrinaria. Poi i rautiani erano veramente una comunità organica, molto uniti, convinti, un po’ eretici, tanto da meritarsi l’epiteto di “setta” da parte degli altri, gli almirantiani prima, i finiani poi. Ma quando c’era da lottare per la nostra agibilità politica, per la nostra sicurezza, per il nostro diritto alla parola, insomma per la nostra sopravvivenza, rautiani e almirantiani erano in trincea, in piazza, in parlamento a lottare contro il sistema. E magari, nelle zone più brutte, arrivava qualche volta anche l’aiuto dei “duri” di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo. Detto questo, il Campo Hobbit I fu un grandissimo successo da tutti i punti di vista. Oltre 1500 giovani presenti, numerosi gruppi musicali, quindici, dalla Compagnia dell’Anello agli Amici del Vento, da Fabrizio Marzi agli Janus, da Renato Colella a Roberto Scocco, da Enzo Matarazzo ad Andreina Tomada a Marina e il Vento del Sud. Sull’evento sono stati scritti articoli, libri, opuscoli, tutti hanno commentato questa destra che usciva dal ghetto e un po’ anche – perché negarlo? – scimmiottava la sinistra. Ebbe anche il merito di lanciare definitivamente quella che chiamavamo la musica alternativa, i cui protagonisti si esibirono in applauditi concerti. Insomma fu una crescita modernizzatrice che forse in quel momento ci voleva. Diciamo anche che la nomina di Fini a segretario del Fronte al posto del più votato Tarchi non aveva proprio bendisposto i rautiani al dialogo e volevano – riuscendoci – dimostrare qualcosa. Infine, in quel campo si affermò definitivamente la già famosissima croce celtica, che diverse sezioni di Roma rivendicano aver utilizzato per prime sin dalla fine degli anni Cinquanta, dalla Prenestino alla Colle Oppio alla Trieste Salario. Non sappiamo chi in effetti la adottò, però il primo movimento europeo ad adottarlo così come oggi conosciamo questo simbolo fu il francese Jeune Nation di Pierre Sidas nel 1945, anche se fu consacrata e diffusa da Ordre Nouveau negli anni Settanta. In Italia, a quanto pare, come è scritto su “Hobbit/Hobbit”, la celtica fu importata dal movimento Giovane Europa nel 1964, anche se, ricordiamo, c’è chi se la ricorda a Roma anche prima di quegli anni. Almirante a questo punto commise un errore capitale, proibendo di fatto, nel luglio 1977, l’uso della celtica nel partito, inasprendo i rapporti tra i due mondi. Qualche anno dopo, però, lo stesso Almirante ammise di aver fatto un errore con quella circolare. In ogni caso, la croce celtica non fu mai abbandonata dai missini neanche dopo la morte del Msi, e molti di noi oggi la portano ancora al collo e qualcuno ci si è fatto anche seppellire”.

[Fonte: www.secoloditalia.it]




IL VAGLIO.it - 40 anni fa il Campo Hobbit a Montesarchio: le iniziative


Sono passati quarant’anni da quell’11 giugno del 1977 quando, nel polveroso stadio comunale di Montesarchio, organizzato da un carismatico Generoso Simeone (all’epoca braccio destro dell’on.le Pino Rauti e direttore del mensile “L’Alternativa”) si tenne il primo Campo Hobbit: un importante evento di caratura nazionale – scrive in una nota diffusa alla stampa Achille Biele – che divenne simbolo della voglia di emancipazione culturale di migliaia di giovani di destra.

In vista del quarantennale del primo Campo Hobbit si intensificano le iniziative messe in campo dall’Associazione culturale “Generoso Simeone”, che ha anche organizzato una “tre giorni” (23, 24, 25 giugno 2017) di convegni, tavole rotonde, musica alternativa, mostre fotografiche e di riviste dell’epoca, che si terrà, come nel 1977, nello stesso campo di calcio, grazie alla disponibilità dell’amministrazione comunale di Montesarchio. Non mancheranno i momenti conviviali (quelli che cioè consolidano l’aspetto comunitario) e la presenza dei gruppi musicali della destra alternativa; è inoltre prevista la partecipazione di noti personaggi del panorama intellettuale nazionale.

«Senza steccati né pregiudizi – dice Marina Simeone, presidente dell’Associazione “Generoso Simeone” – il nostro Hobbit è prima di tutto il cammino di una comunità dall’origine verso la sua naturale proiezione. Gli anni settanta alle nostre spalle ci intimano di non intraprendere strade già battute, ma sentieri vergine, seppur tortuosi, sui quali idee sostenute fermamente possano trovare la propria stabile dimora. E a chi parla di nostalgismo, possiamo rispondere non c’é nostalgismo nella memoria, ma fedeltà, come a chi ci condannerà di tradimento del folklore potremmo rispondere che non c’è fedeltà nella imitazione anacronistica, ma ingenerosità. 
Sul campo sportivo di Montesarchio dal 23 al 25 giugno unico protagonista il vitalismo di chiunque non pensi conclusa o perduta irrimediabilmente la partita con il proprio tempo».

Gli organizzatori prevedono una massiccia presenza di giovani e meno giovani agli appuntamenti di Montesarchio. Per maggiori informazioni sugli appuntamenti e per poter fruire delle convenzioni alberghiere è possibile collegasi al sito www.campohobbit40.it

[Fonte: www.ilvaglio.it]




RAUTI, Giuseppe Umberto


Dizionario Biografico degli Italiani (2016)
di Marco Tarchi

- RAUTI, Giuseppe Umberto (Pino). – Nacque a Cardinale (Catanzaro) il 19 novembre 1926, primogenito di Cielino Pietro, usciere presso il ministero della Guerra a Roma, e di Rosaria Coscia. Visse a Roma dall’età di sei mesi, e vi compì gli studi classici all’istituto Sant’Apollinare. Educato in famiglia all’adesione ai principi del regime fascista, all’annuncio della costituzione della Repubblica sociale italiana decise di aderirvi e si arruolò, a 17 anni, nel battaglione «M» di stanza a Orvieto. Frequentò il primo corso allievi ufficiali della Guardia nazionale repubblicana, completato nel settembre 1944. Come sottotenente comandò un presidio sul fronte del Po, fu fatto prigioniero dalle truppe britanniche nell’aprile 1945 e inviato nel 211° POW Camp di Algeri, da cui evase fuggendo in Marocco. Arruolatosi nella legione straniera spagnola (il Tercio), fu nuovamente catturato dai francesi e rinchiuso nella prigione di Ténès, in Algeria.

Rimpatriato nell’aprile del 1946, si impegnò subito in politica per continuare a sostenere le idee per cui aveva combattuto. Aderì, poco dopo la sua costituzione, al Movimento sociale italiano (MSI), ma nel contempo anche al gruppo clandestino dei FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria). Portato all’impegno intellettuale, collaborò con la rivista giovanile missina La sfida e con il giornale ufficioso del partito Rivolta ideale, segnalandosi per i suoi contributi di forte spessore ideologico.

Fin dal 1° congresso del MSI, del giugno 1948, si inserì nel dibattito molto acceso sulla collocazione che l’ambiente neofascista avrebbe dovuto assumere nel contesto politico democratico. Con altri esponenti del fronte giovanile (il Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori), costituì un gruppo che, in polemica con l’ala ‘di sinistra’ del movimento e ispirato dalle opere di Julius Evola e Massimo Scaligero, reclamava un’intransigenza dottrinaria assoluta e vedeva nel fascismo l’espressione contemporanea di una tradizione perenne, legata ai valori spirituali e in radicale antitesi con ogni espressione del materialismo, dal capitalismo liberale al socialismo marxista. Sostenne queste tesi sulla rivista Imperium, nata nel gennaio del 1950.

Senza trascurare l’attività più strettamente politica, che lo vide partecipare a contraddittori pubblici con la Federazione giovanile comunista italiana (FGCI), si dedicò all’attività pubblicistica e all’elaborazione teorica. Nel dicembre del 1950 fu però arrestato, insieme ad altri redattori, perché sospettato di attentati dinamitardi firmati dai FAR, e la rivista chiuse i battenti. Processato, fu assolto nel novembre 1951 per insufficienza di prove. Durante la detenzione continuò a collaborare con varie testate dell’area neofascista, fra cui Asso di bastoni, e riprese gli studi universitari laureandosi in giurisprudenza all’Università di Roma, il 1° marzo 1952, con una tesi dal titolo Il Consiglio di Sicurezza e l’organizzazione delle Nazioni Unite.

Rientrato nella vita di partito, nel 3° congresso nazionale del 1952 difese le posizioni della componente tradizionalista giovanile, battezzata con ironia dagli avversari interni ‘figli del sole’, e venne eletto nel Comitato centrale, da cui si dimise un anno e mezzo dopo, abbandonando anche la responsabilità della stampa e della propaganda nella Direzione nazionale giovanile, a seguito della frattura verificatasi in seno alla corrente spiritualista. Il 15 novembre 1953 fondò il gruppo Ordine nuovo, una vera e propria frazione organizzata, con strutture locali, tessere e una rivista dottrinale omonima, che si ispirava alle idee di Evola e alle esperienze dei movimenti e regimi fascisti del periodo fra le due guerre mondiali, inclusa la Germania nazionalsocialista.

Al 4° congresso del MSI del 1954, strinse un accordo con la corrente spiritualista, capeggiata da Pino Romualdi, e fu rieletto nel Comitato centrale, ma a causa dell’avvento alla segreteria del moderato Arturo Michelini intensificò l’opposizione a una linea ormai lontana da ogni prospettiva rivoluzionaria. Per dare una sterzata al Partito, malgrado le precedenti divergenze di vedute si alleò con la ‘sinistra’ interna capeggiata da Giorgio Almirante. Tuttavia, quando al 5° congresso del novembre 1956 Michelini prevalse di stretta misura sugli avversari, ritenne esaurite le speranze di cambiamento e prese la via della scissione. Il 14 gennaio 1957 si dimise e dette vita al Centro studi Ordine nuovo, ormai autonomo dal MSI.

Nel 1956 iniziò la carriera di redattore del quotidiano romano Il Tempo, che proseguì fino al 1972, svolgendo anche funzioni di inviato e direttore delle pagine della provincia. Il 25 febbraio 1957 sposò Brunella Brozzi, da cui ebbe due figlie, Alessandra e Isabella. Pur continuando a dirigere Ordine nuovo, cui impresse una impostazione più ideologico-culturale che direttamente politica – scelta che causò la defezione di alcuni suoi collaboratori, come Stefano Delle Chiaie, già nel 1959 –, si impegnò prevalentemente nella produzione di testi teorici e storici, come Le idee che mossero il mondo (Roma 1963) e L’immane conflitto (Roma 1965). Tramite la rivista Ordine nuovo, il periodico Noi Europa, i bollettini Corrispondenza europea ed Eurafrica e i rapporti con la World Anti-Communist League sviluppò una linea politica fortemente improntata al contrasto dell’influenza sovietica nel mondo, auspicando la nascita di regimi di salute pubblica in funzione anticomunista. Ciò lo portò ad accogliere con favore il colpo di Stato militare del 1967 in Grecia e a sostenere campagne in favore dei regimi ‘bianchi’ di Rhodesia e Sudafrica e del mantenimento dell’impero coloniale portoghese, nonché a schierarsi dalla parte degli Stati Uniti nella guerra vietnamita. Questa posizione lo portò a partecipare, con la relazione La tattica della penetrazione comunista in Italia, al discusso convegno del maggio 1965 dell’Istituto di studi militari Alberto Pollio e a redigere insieme a Guido Giannettini, su ispirazione dell’allora capo di stato maggiore generale Giuseppe Aloia, il pamphlet Mani rosse sulle forze armate, che gli valse un sospetto di collusione con i servizi segreti militari.

La stasi delle attività di Ordine nuovo, che respingeva l’ipotesi di presentare liste elettorali, il clima di tensione creatosi in Italia nel biennio 1968-69 e l’elezione alla segreteria di Almirante dopo la morte di Michelini, indussero Rauti e la maggioranza dei suoi sodali ad accettare la proposta di rientrare nel MSI. Ciò avvenne il 16 novembre 1969, al prezzo della scissione dal Centro studi Ordine nuovo di una componente più intransigente, che riprese la sigla del gruppo per proprio conto. Cooptato nel Comitato centrale e nella Direzione nazionale, ottenne la direzione della rivista di studi Presenza e riprese le pubblicazioni di Ordine nuovo, poi sostituito da Civiltà, che utilizzò per far conoscere le proprie analisi e proposte politiche nell’ambiente missino. Pur non potendosi ufficialmente costituire in corrente, il gruppo continuò a mantenere una propria fisionomia e una serie di diramazioni locali all’interno del Partito.

Il 4 marzo 1972 Rauti fu incarcerato perché accusato di complicità negli attentati del 1969, culminati nella strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre, e rimase in prigione per cinquanta giorni. Scarcerato, fu eletto deputato l’8 giugno 1972 e successivamente venne prosciolto. Sarebbe poi rimasto alla Camera per altre quattro legislature, fino al 1992. Moderatamente critico della strategia conservatrice di destra nazionale promossa da Almirante e convinto che il MSI dovesse rinnovarsi organizzativamente puntando alla penetrazione nella società civile attraverso associazioni e sigle parallele, colse l’occasione offerta dallo scontro apertosi tra la segreteria e la corrente moderata di Democrazia nazionale in vista dell’11° congresso del gennaio 1977 per costituire la corrente Linea futura. La formazione voleva proporre un’alternativa ‘nazional-rivoluzionaria’ e rimettere in discussione la collocazione a destra del MSI. Raccogliendo il 22,7% dei voti dei delegati, non riuscì a fare da ago della bilancia degli equilibri interni ma poté lanciare una serie di iniziative che ebbero una sensibile eco tanto all’interno del MSI quanto all’esterno. Fra queste, un festival giovanile, il campo Hobbit, che ebbe tre edizioni fra il 1977 e il 1980, i Gruppi di ricerca ecologica e un quindicinale diffuso in edicola, Linea. Grazie a queste attività la corrente risultò largamente maggioritaria nella 1a assemblea nazionale del Fronte della gioventù del giugno 1977.

Nei congressi del 1979 e del 1982, con la sigla Spazio nuovo, Rauti ripropose la sua alternativa alla concezione almirantiana del partito, auspicandone la trasformazione in un movimento meno legato alla nostalgia del passato e a istanze conservatrici e indirizzato a ‘sfondare a sinistra’, nei ceti sociali delusi dalla svolta riformista consumata in quegli anni dal Partito comunista. La forza della sua corrente rimase tuttavia ancorata alle cifre raggiunte in precedenza e Rauti decise di accettare un accordo con la maggioranza, venendo cooptato nell’organo di vertice.

L’occasione per tornare alla ribalta gli si presentò quando la malattia di Almirante aprì le porte alla successione alla segreteria, che contese una prima volta a Gianfranco Fini nel 15° congresso del dicembre 1987, finendo sconfitto di misura, e che riuscì a conquistare nelle assise seguenti, nel gennaio 1990. Rimase in carica solo fino al luglio del 1991, quando, in seguito a dissidi interni e a due nette sconfitte elettorali in elezioni amministrative, alla guida della segreteria tornò Fini. Nel frattempo, nel 1989 era stato eletto al Parlamento europeo.

Da oppositore della segreteria Fini, Rauti non approvò la ‘svolta di Fiuggi’ (27 gennaio 1995) e capeggiò la nascita del Movimento sociale-Fiamma tricolore in opposizione ad Alleanza nazionale.

Malgrado l’elezione di un senatore nel 1996 e di un eurodeputato nel 1999, il Partito non decollò e fu preda di scissioni e diatribe, che portarono alla sua defenestrazione nel 2003.

L’anno successivo Rauti fondò il Movimento idea sociale, che non riuscì a far uscire dalla marginalità. Nel 2008 venne rinviato a giudizio per la strage di piazza della Loggia a Brescia, del 1974, venendone assolto due anni dopo.

Morì a Roma il 2 novembre 2012.

Fonti e Bibl.: R. Chiarini – P. Corsini, Da Salò a piazza della Loggia, Milano 1983, ad ind.; P. Ignazi, Il polo escluso, Bologna 1989, passim; M. Brambilla, Interrogatorio alle destre, Milano 1994, ad ind.; M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia, Milano 1995, ad ind.; M. Tarchi, Dal Msi ad An, Bologna 1997, passim; A. Carioti, Gli orfani di Salò, Milano 2008, ad ind.; A Baldoni, Storia della destra, Firenze 2009, ad ind.; A. Carioti, I ragazzi della Fiamma, Milano 2011, ad indicem.

[Fonte: www.treccani.it]




Foto pubbliche e private di Pino Rauti


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termolionline.it - Gianni Alemanno a Bonefro, attesa visita per domani


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BONEFRO. Venerdì sera a Bonefro sarà inaugurato un circolo del movimento politico Azione Nazionale che sarà intitolata alla memoria storica del indimenticato On. Pino Rauti già Segretario Nazionale del Movimento Sociale Italiano, figura eclettica del MSI e di tutta la destra italiana ed europea ,leader di vari partiti politici di ispirazione conservatore figura di spicco in Italia ed in Europa. ad inaugurare il Circolo per l’appunto un altro militante,fin da giovanissimo e storico leader, più volte deputato, ministro e sindaco della capitale Gianni Alemanno,nonché cognato del indimenticato Rauti. A fare gli onori di casa il neo presidente cittadino del Circolo Luigi Venditti, nonché militante della destra italiana e dirigente regionale del movimento politico. Tra le altre cose verrà presentata alla stampa la Giovanile Molisana di Azione Nazionale di cui lo stesso Venditti sarà Portavoce e Presidente.

[Fonte: www.termolionline.it]