La Verità - "Il rivoluzionario Rauti amava il Duce e il farro" di Giancarlo Perna


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«Soprattutto, sono un rivoluzionario», disse Pino Rauti a metà chiacchierata, seduti nel salotto di casa sua. Sorrisi a questa dichiarazione inaspettata poiché tutto la contraddiceva. Pino aveva allora – nel 2004 – 78 anni, con i dolorini dell’età e la moglie Brunella che girava attorno a noi per prevenire eventuali desideri. Le due figlie, Alessandra e Isabella, entrambe amiche mie, iperprotettive verso il padre, sapendo dell’intervista, avevano già telefonato un paio di volte alla mamma per sapere come se la cavava il papalino. Nulla di più borghese di questa famiglia che le disavventure giudiziarie del padre aveva straordinariamente unito. Giornalista, capo della Destra sociale, anticapitalista e antiamericano, contraltare di Giorgio Almirante, Rauti era stato accusato di stragismo, svegliato di notte, sbattuto in galera. Fu tormentato quasi fino al termine della vita (2012) quando, dopo avergliela rovinata, lo assolsero da tutto. Bastava conoscerlo per capire la montatura.
«Ti hanno mai risarcito l’ingiusta detenzione?», dissi in proposito. «Mai chiesto nulla», replicò e aggiunse: «Per chi si considera rivoluzionario fa parte del gioco». E dalli. «Parli guarresco ma so che ormai ti gingilli con studi sui cibi genuini e altre amenità», lo smontai. «È una delle nuove frontiere. Riscopro i cibi scomparsi. Mi interessano le cicerchie, il farro». «Fa ridere», obiettai. «Avevamo 700 tipo di mele, ne restano 7. Sono i sapori, le varietà che forgiano le nuove generazioni». «Come concili i trascorsi rivoluzionari con codeste frivolezze?», mi scappò. «Oggi è questo l’essenziale. Desertificazione, clima. Ci sono più profughi nel mondo per cause climatiche che politiche», disse quasi profetico (e lo era). «Da Julius Evola a Gianfranco Vissani», lo sbertucciai. «In un anno, sono nate in Italia 7 riviste enogastronomiche. Significherà qualcosa. Cose inedite per la cultura politica ma punti fermi per la civiltà europea. non siamo barbari come gli americani». Mancava solo che mi snocciolasse la ricetta per un risottino.
«Che proposte faresti per raddrizzare l’Italia?», dissi dando una sterzata all’intervista. «Una strategia demografica, interventi anti disoccupazione, salari di inserimento sociale ai diciottenni», rispose, precedendo di lustri l’attuale dibattito politico. «Come giudichi Benito Mussolini?». «Il più grande statista del Novecento. Intervenendo nella guerra di Spagna, salvò il mondo. Se no, Stalin avrebbe vinto nel cuore d’Europa». «Alessandra Mussolini, la nipote?». «Troppo radicaleggiante: coppie di fatto e così via. Mai piaciuta». «Ergo?». «Anche i cognomi deperiscono. Come le pere», concluse da gourmet.




Ci ha lasciati l’On. Franca Marino Buccellato


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Ci ha lasciati l’On. Franca Marino Buccellato, esponente storica della destra siciliana; orgogliosamente missina e Deputato di Alleanza Nazionale nella XII legislatura.
Donna appassionata e vera signora della politica; esempio di militanza e coerenza.
La ricordiamo con le parole di Michele Rallo, pubblicate nel libro in cui Franca racconta la sua passione politica.

“Politica la mia passione” Franca Marino Buccellato racconta… – Testimonianze – On. Michele Rallo
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Barbadillo.it - Cultura. Da Julius Evola a Cristo passando per le visioni di Elias de Tejada


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La casa editrice Solfanelli ha da alcuni mesi ripubblicato un testo forse dimenticato ma di notevole importanza per il ruolo forse inconsapevole che svolse: il libro in questione è “Il Carlismo”. Si tratta di una esposizione organica della dottrina giuridico-politica del movimento politico tradizionalista ispanico. “Ispanico” e non semplicemente spagnolo, poiché le Spagne hanno pretesa di universalità e sono anzitutto un modo di essere, un modo di intendere la vita, un universo composito e sovranazionale ordinato attorno a due assi principali: la fede cattolica e la fedeltà ad un Re.

Pochi sanno che uno dei principali autori del libro, il filosofo del diritto e della politica Francisco Elias de Tejada (1917-1978), svolse una funzione importantissima nel far approdare un segmento del variegato mondo del MSI di inizi anni ʻ60, proveniente dall’esperienza di Ordine Nuovo e plasmatosi sino ad allora sulle letture di Evola e Guenon, al tradizionalismo cattolico sotto quella particolare visuale che ha rappresentato il tradizionalismo – come dicevo poc‘anzi – di matrice ispanica.

Julius Evola
Julius Evola (1898-1974), nell’immediato dopoguerra, aveva avuto il merito di fornire le coordinate essenziali per una lotta che ridestasse i cuori e le menti di una intera generazione di reduci, di sconfitti e di nuove leve che “non avevano fatto in tempo a perdere la guerra”, come ripeteva Giano Accame.

Da quella maestosa, autorevole e grigia palazzina romana di Corso Vittorio Emanuele, il “il nostro Marcuse” – come lo definì Giorgio Almirante – insegnava a quei ragazzi “maledetti” da tutto e da tutti – il cui capofila era un giovanissimo Pino Rauti – che il riscatto che andava cercato era anzitutto di natura interiore ed esistenziale.

Il mondo lì fuori apparteneva al “divenire”, un labile ed opaco riflesso del sovra mondo, quello che contava veramente e che investiva il piano dell’ “essere”. Essere e divenire, la cui differenza viene introdotta sin dalla prima pagina del suo testo di riferimento: Rivolta contro il mondo moderno.

Il pensatore romano mette da parte stilemi arcaici e ritualità ormai vetuste per presentare a quei ragazzi assetati di assoluto e volontà di riscatto una visione del mondo che coincide in larghissima parte con la “teologia della storia” della scuola contro-rivoluzionaria (di cui pure a suo modo faceva parte, seppur da una prospettiva “di sinistra”, dichiaratamente estranea alla tradizione cattolica, assieme a Guenon ed a Maurras).

Ma dopo qualche anno i primi dissapori iniziarono a registrarsi; l’Assoluto metafisico indicato da Evola era oscuro e di non facile presa; inoltre la realizzazione spirituale dei singoli era impedita dalle catene iniziatiche interrotte; infine, la condotta esistenziale indicata dal maestro talvolta era contraddittoria e spesso condita da pruriti anticristiani esageratamente marcati che denotavano spesso una conflittualità latente frutto della formazione giovanile nietzchiana

Quell’Assoluto doveva toccarsi con mano, doveva passare attraverso quell’istinto carnale che spinse san Tommaso apostolo a sincerarsi, dal tocco delle piaghe, che il Cristo fosse effettivamente risorto. Quel compito di “imporre le mani” e di disvelare Cristo lo assolse un altro grande autore, spesso dimenticato, che è Attilio Mordini di Selva (1923-1966) con il suo libro Il Tempio del Cristianesimo, dedicato al beato Carlo d’Asburgo, ultimo Imperatore d’Austria, in cui propone una visione organica della storia secondo gli assi portanti della metafisica classica cristiana. L’Assoluto adesso ha un nome ed un corpo preciso incarnato nella Seconda Persona della Trinità: Gesù Cristo.

Attilio Mordini
Attilio Mordini convoglierà un gruppo composito di giovani proveniente dagli scritti evoliani verso un approdo, seppur non ancora del tutto formalizzato e con qualche zona d’ombra, alla tradizione cattolica, come ricorda Pino Tosca nel suo Il cammino della tradizione (Il Cerchio). Tra i protagonisti di questa pagina di storia vi sono intellettuali come «Piero Vassallo, Giano Accame, Tommaso Romano, Silvio Vitale, Stefano Mangiante» (Il cammino della tradizione, Il Cerchio, p. 94) oltre ai già citati Pino Tosca e Fausto Gianfranceschi.

L’incontro con Francisco Elias de Tejada avverrà per merito di Silvio Vitale fondatore della storica rivista – tutt’ora in vita – L’Alfiere, “pubblicazione napoletana tradizionalista”, il cui primo numero risale al luglio 1960.

Silvio Vitale assieme alla sua rivista organizzò il primo congresso dei tradizionalisti italiani, svoltosi a Napoli nel maggio del 1962. Tra i relatori fece la sua comparsa proprio Elias de Tejada oltre ad Attilio Mordini, Giovanni Cantoni, Savatore Ruta ecc; e nel gennaio dello stesso anno L’Alfiere fa conoscere al pubblico l’opera monumentale, ripubblicata in cinque volumi da Controcorrente, Napoli spagnola scritta dallo stesso Elias de Tejada. Nel 1966 sarà la volta dell’opera più nota del pensatore ispanico: La monarchia tradizionale (edizioni dell’Albero, Torino).

La monarchia tradizionale introduce l’ambiente tradizionalista italiano all’interno di una prospettiva solida ed organica, plasmatasi dalla ricchezza del pensiero dei classici del Siglo de Oro e fortificatosi dal sangue di quattro guerre civili – tra cui la Cruzada del ʻ36 – spesi in nome della fedeltà alla tradizione cattolica e del Re legittimo.

Il Carlismo, scrive Paolo Caucci von Saucken nell’introduzione al testo omonimo, è «espressione ultima e attuale della missione spirituale dei popoli ispanici», che vedeva affratellati su di un unico fronte di lotta – aggiunge Elias de Tejada – «il posato commerciante catalano, il duro sardo, il sognatore napoletano, l’indifferente andaluso, il basco semplicemente valoroso e il gagliego o il portoghese di stirpe celtica».

È questa l’affascinante varietà geopolitica “spiritualmente sovrana”, frutto di una civilizzazione “altra”, alternativa all’Europa – che inizia con i secoli XV-XVI –, e che affonda le radici nella Cristianità medievale, la Cristianitas maior. Tale civilizzazione, definita adesso Cristianitas minor, sopravvive e si perpetua «nei regni ispanici, dentro e fuori della Penisola Iberica – da Manila a Dole, da Cagliari a Lima, da Napoli a Lisbona» trincerandosi idealmente e simbolicamente dietro la catena dei Pirenei, dai quali combatte irriducibilmente la battaglia per l’instaurazione della civiltà cristiana.

Battaglia che continua tutt’ora e che ha come insegne quattro parole, dietro cui si disvela la vera “rivolta contro il mondo moderno”: Dios, Patria, Fueros, Rey.

Pino Tosca a Civitella del Tronto
Pino Tosca farà notare diversi anni dopo, quanto importante fosse aver fatto scoprire loro l’affascinante realtà dei Fueros, «che assume il valore di un comandamento universale» (Il cammino della tradizione, p. 98). I fueros sono norme giuridiche caratterizzate dalla loro pre-esistenza consuetudinaria, che ogni regno ispanico possiede, poste a presidio delle libertà concrete dei popoli contro ogni indebita ingerenza del sovrano e contro ogni spinta disgregatrice individuale. Il riconoscimento delle libertà dei popoli garantisce la pacifica convivenza tra popoli diversi, all’interno della cornice della Patria comune, il cui custode è il sovrano che non è assoluto, ma limitato nel suo esercizio dal rispetto delle consuetudini dei regni e dal rispetto della legge naturale e divina di cui è il primo tra i sudditi (in proposito si consiglia vivamente il testo curato dal prof. Giovanni Turco, Europa, Tradizione, Libertà, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2005).

L’incontro con Elias de Tejada rappresentò, dunque, una tappa fondamentale per il giovane tradizionalismo italiano. Cristo da persona si dispiegava in dottrina e il sangue dei requetés carlisti diveniva tutt’uno con quello degli insorgenti antigiacobini vandeani e dei lazzari napoletani, nella fedeltà a quel Cuore sofferente e circondato di spine, cui ancor oggi ogni erede al trono carlista pone sul proprio stemma araldico, ritto e immobile all’ombra dei Pirenei.

Diego B. Panetta

[Fonte: www.barbadillo.it]




huffingtonpost.it - "Per moltiplicare i consensi sono disposti a tutto". Giampiero Mughini sul governo


Intervista Huffpost: “Salvini? Non è un fascista, ha fiuto per gli umori del paese, nel senso che sa individuarli e intercettarli”

Tra i danni collaterali, c’è anche il tana libera tutti: Questo governo ha lasciato la briglia sciolta a una serie di personaggi che dicono con leggerezza patologica cose irreali e irrealizzabili, beffeggiando chiunque li riporti a un minimo senso della realtà: il debito pubblico, il bilancio dello stato, le compatibilità economichetutte bazzecole, secondo loro. Sono così eccitati dalla grande occasione del potere da essere disposti a tutto pur di moltiplicare i consensi. È un fatto che al governo e, ancor di più, al sottogoverno dellItalia, si sia installata una banda di energumeni insensibile alle regole classiche della ragione. Non possiamo farci niente. La vita di Giampiero Mughini è un’avventura intellettuale al confine e contro quella che un tempo si sarebbe definita legemonia culturale della sinistra, della quale oggi è rimasto solo un paesaggio di macerie su cui si stagliano i nuovi arrivati: I miei amici erano tutti di sinistra, i libri che circolavano erano di sinistra, la sinistra era il cavallo su cui è entrato al galoppo tutto ciò che era moderno, dalla minigonna, al rock n roll.

Il suo ultimo libro, il ventinovesimo, Memorie di un rinnegato (Bompiani), racconta le redazioni dei giornali in cui è stato (dalla fulminea esperienza de il manifesto a Panorama), i grandi direttori con cui ha lavorato (su tutti, Claudio Rinaldi, il più grande della mia generazione), le fascinazioni giovanili che ha subito e lora in cui dovette fare i conti con i propri abbagli, andando incontro al rischio che i fanatici gli appiccicassero addosso il marchio del traditore. Quando fondai la rivista Giovane Critica, a Catania, il capo dei fascisti scrisse sul quotidiano della città che gli facevo pena. La rivista accompagnò il nascere del 68 da un luogo periferico, come poteva essere la Sicilia di quegli anni. Mi presi le maldicenze e gli insulti, tra cui quelli di un professore democristiano, futuro collaboratore di Arnaldo Forlani, che mi derise facendo riferimento al fatto che i miei genitori fossero separati. Una vergogna, allepoca”.

Nella sua casa, a Roma dove basta fare due passi per partecipare della celebrazione del design, della fotografia, del fumetto, dellerotismo, della donna, che è allestito il culto più sacro è riservato ai libri, loggetto più venerato, il più intoccabile.

 

Al Salone del libro di Torino alcuni libri sono stati vietati.
È stato da pazzi negare lo stand ad Alta Forte, la casa editrice vicina a CasaPound. Gli antifascisti del terzo millennio hanno allontanato un libro come se si trattasse di materiale contaminato. Facendo gesti così solenni, con parole così roboanti, neanche stessero difendendo Stalingrado dallassalto dei carri armati nazisti. Si trattava solo di una manciata di libri, in fondo.

Tutti i libri sono uguali?
Certo che no. Maio sono lietissimo di aver letto I protocolli dei Savi di Sion, così come molti altri libri disgustosi. Eppure, se qualcuno non li avesse già pubblicati, avrei tanto gradito che lo facessero al più presto. O vogliamo proibire pure quelli?

Salvini avrebbe potuto essere più prudente?
Che vuoi che ti dica: io non capisco cosa centri Salvini con il fascismo. Va bene, ha fatto pubblicare una sua intervista con la casa editrice contigua a CasaPound. E questo farebbe di lui un fascista? Salvini è un figlio della crisi economica, di una straordinaria ondata migratoria, non del trauma della Prima guerra mondiale, o della paura del diffondersi del bolscevismo, come è stato per Mussolini. Che centra questa parola, fascista?

Come lo definiresti, allora?
Salvini è un animale politico astuto. Ha un certo fiutaccio per gli umori del paese, nel senso che sa individuarli e intercettarli. Per quanto io possa trovare miserevole lasciare degli uomini su una nave in preda alla fame e alla sete, la democrazia deve fare i conti anche con chi invece si sente rassicurato da una decisione del genere. La maggior parte delle persone non va a votare dopo aver letto Adam Smith o Norberto Bobbio. Va a votare per motivi piuttosto meschini.

Non c’è anche una cultura di destra dietro tutto questo?
No, non credo. Se Pino Rauti potesse incontrare Salvini non credo direbbe: Ecco un mio allievo. LItalia, a differenza della Francia, non ha avuto e non ha una vera e propria cultura reazionaria. LItalia ha avuto Guareschi. Ha avuto un gran bastian contrario come Leo Longanesi. Ha avuto Julius Evola, che ha fatto da maestro ai missini, ma tutto questo non centra niente con Salvini e con quello che fa.

Sono tutti energumeni, come mi dicevi?
Chi più, chi meno, in gran parte questi sovranisti e populisti sono riconducibili alla fisionomia dellenergumeno. Tutti, no: per esempio, Giorgetti è uno che conosce la realtà dei fatti. Come Roberto Maroni, oppure Luca Zaia. Non è un energumeno nemmeno Paolo Savona. Le sue critiche al modo in cui è stata costruita lUnione Europea sono obiezioni da prendere in considerazione seriamente.

LEuropa ha fatto male allItalia?
No, non credo. Credo, invece, che lEuro abbia riportato lItalia alla realtà della sua economia, che è uneconomia fragile. Per molti anni, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Non potevamo continuare a svalutare la lira allinfinito. LEuro è stata una grande operazione verità. E, di fronte alla verità, molti preferiscono scappare.

Tu sei mai scappato?
Io sono cresciuto in una famiglia della piccola borghesia impoverita. Dinverno, quando faceva freddo, stavo a tavola con il cappotto. Non avevamo i riscaldamenti. Non inquinavamo nemmeno un po. Non so se a Greta Thunberg sia mai capitato. Di certo, non glielo auguro. Mio padre mi ha insegnato a prendere un foglio bianco e scrivere da una parte la voce dare, dallaltra la voce avere. Alla fine del mese, il totale della seconda colonna doveva superare il totale della prima. Altrimenti, era un problema.

A cosa ti è servito?
A cercare di avere di più di quanto devo dare, sempre. È per questo che ho trattato al rialzo ogni offerta di lavoro che ho ricevuto. Non perché penso che i soldi mi debbano essere regalati, ma perché penso di meritarmeli.

Sei sempre riuscito a farti pagare di più?
Sempre. Ma certo, ho perso anche molti lavori.

Ti manca scrivere sui giornali?
Mi manca molto. Il vizio della mia generazione è stato la carta stampata. Mi rendo conto che è un vizio fuori tempo. Oggi, per la maggior parte della società, la carta stampata è solo un feticcio. Qualcosa di superfluo. Per me, invece, scrivere è una tossicodipendenza. E provo un piacere insostituibile ad andare al mattino in edicola e tornare a casa con i miei cinque quotidiani.

Che conseguenze ha avuto nella tua vita non scrivere più su un giornale?
Quando dissi a Maurizio Belpietro che avrei smesso di scrivere per Libero, perché avvertivo uno stridore troppo forte tra ciò che scrivevo e il giornale in cui era pubblicato, per la prima volta dopo quarantanni sono rimasto senza un giornale che mi ospitasse. Era come avere nelle mani della sabbia che cadeva. La mia prima depressione irruppe nella mia vita così. Non che ci fosse un rapporto di causa effetto così stretto. Però, quando hai fatto della tua vita una continua ricerca della parola scritta sui giornali, sulle riviste, sui libri; quando percepisci che tu senza di essa non potresti vivere, mentre invece il mondo non solo può vivere, ma va avanti bene anche senza di essa, ho avvertito un vuoto atroce.

Che cos’è la parola scritta, per te?
La parola scritta sulla carta, così come un dipinto, un palazzo, un mobile, una musica, le immagini di un film, non è opinabile, come tantissime altre cose nella vita. Sta lì. In un certo senso, ti aspetta. Non fa nulla per cercare di sedurti. È bloccata nel tempo. Eppure, viva. Nel momento in cui la incontri veramente, ti investe con le sue domande. In una pagina soltanto, possono essere racchiusi dieci anni di vita. Sono schiaffi che ti arrivano in faccia, che ti scuotono dalla testa ai piedi. Quando scoprii Dieci inverni di Franco Fortini, un libro che dava dignità allessere di sinistra anche fuori dal fiancheggiamento dellUnione Sovietica, lo leggevo ad alta voce tremando. La parola scritta, quando il contatto con essa è reale, ti chiede soprattutto di essere alla sua altezza. Ecco quello che ho cercato di fare nella mia vita: essere allaltezza dei libri che ho letto.

[Fonte: www.huffingtonpost.it]




admaioramedia.it - Quella strana ‘amicizia’ tra il comunista Berlinguer ed il fascista Almirante (Angelo Abis)


Fresco di stampa, l’agile volumetto di 90 pagine, opera del giornalista di sinistra Antonio Padellaro, vuole essere un omaggio ai segretari del Partito comunista italiano, Enrico Berlinguer, e del Movimento sociale italianoGiorgio Almirante, due acerrimi nemici che, secondo il giornalista, tra il 1978 e il 1979, si sarebbero incontrati segretamente da quattro a sei volte, probabilmente per concertare una strategia comune contro i terrorismi (di destra e di sinistra) nel supremo interesse della nazione.

Padellaro presume che da questi incontri sarebbe sorta se non una vera e propria amicizia, quantomeno una reciproca stima e rispetto. Da qui il gesto inaspettato  di Almirante che varcò la soglia della sede nazionale del Pci, nella mitica via delle Botteghe Oscure, per omaggiare la salma di Berlinguer, deceduto nel 1984. Infine il botto finale dell’autore di intitolare una piazza ad entrambi i leader politici.

L’obbiettivo del giornalista, accomunare in un unico riconoscimento pubblico, un politico fascista, per giunta ex di Salò, ed uno comunista, pare che voglia giustificare la ‘pacificazione’ di due persone che nella loro vita si sono identificate con Berlinguer e Almirante. Una di queste è sicuramente Padellaro, di cui è evidente la matrice berlingueriana del suo collocarsi a sinistra, l’altra è, invece, suo padre. Così racconta l’autore: “Mio padre Giuseppe… il quale del ventennio fu, inutile negarlo, acceso sostenitore… Volontario in Africa Orientale, nel 1943, alla caduta del regime sceglierà di andare con la Repubblica di Salò, e verrà assegnato al Ministero della Cultura popolare… Una scelta che spaccherà la mia famiglia… divisa tra il rifiuto della dittatura che aveva portato al disastro il paese, e un forse malinteso ma sincero senso dell’onore patrio infangato dal ‘tradimento’ dell’8 settembre…”. Ad acuire il dilemma di Padellaro ci pensò lo stesso Almirante che, congedandosi dal giornalista dopo una intervista, così si espresse: “Mi tolga una curiosità, ma lei per caso è parente di quel Padellaro che era con me a Salo?”.

Padellaro, nel suo pur acuto saggio, non ha ben colto il porsi di Berlinguer nei confronti del neofascismo post bellico e di come ciò abbia a che fare con la ‘sardità’ del leader comunista, vissuto politicamente in una terra che non aveva conosciuto, se non parzialmente, il fascismo continentale, bensì  il ‘sardofascismo’, cioè quel movimento che, sotto l’egida diretta di Mussolini, aveva messo in camicia nera la quasi totalità dei sardisti. Aggiungiamo anche che la Sardegna, per sua fortuna, non conobbe l’invasione alleata e l’occupazione tedesca col seguito della guerra civile, con tutto il retaggio di odi, rancori e divisioni che ancora oggi permangono nel Continente. In questo contesto, il giovane Berlinguer iniziò la sua militanza comunista alla fine del 1943.

Il 13 e 14 gennaio 1944 a Sassari e Ozieri scoppiarono delle sommosse per la grave carenza di generi alimentari che la popolazione addebitava al Governo Badoglio ed agli Alleati. Le autorità contrastarono i tumulti con l’intervento dell’Esercito, operando decine di arresti fra cui il giovane Berlinguer. Durissima fu la presa di posizione della Concentrazione antifascista di Sassari di cui faceva parte, in rappresentanza del Partito d’azione, anche il padre di Enrico, Mario“I disordini e i torbidi… non rispondono ad alcuna iniziativa né finalità dei partiti politici antifascisti che apertamente li sconfessano, perché sono dovuti ad elementi irresponsabili, talvolta incitati da persone compromesse col fascismo…”. Singolarmente in un memoriale del Comitato regionale fascista, clandestino, datato 17 marzo 1944 ed inviato alle autorità di Salò, si afferma: “Attualmente il malcontento negli ambienti popolari cresce di giorno in giorno… Se ne sono avute le prime manifestazioni con disordini successi in vari centri nel mese di gennaio… Tali manifestazioni sono state favorite dalle condizioni alimentari diversissime da quelle prospettate prima dalla propaganda esterna ed interna (furono organizzate dal Comitato comunista, nda)”. I neofascisti, se presenti nelle manifestazioni, non se ne assumono, neppure in parte il merito, anzi, con noncuranza, ma anche con un sottinteso positivo, riconoscono l’iniziativa a un comitato comunista. Certamente i giovani neofascisti sassaresi erano più informati della Concentrazione antifascista su quello che muoveva e agitava i giovani comunisti sassaresi, coi quali qualche frequentazione dovevano avere e, al di là delle differenze di fondo, una qualche concordanza di idee sul governo degli alleati in Sardegna.

Non è certo un caso che Enrico Berlinguer, negli anni 50, parlasse così a Roma ai giovani neofascisti: “Noi e voi siamo più vicini di quel che sembra… Questo qualcosa in comune vi è stato anche quando si combatteva al Nord. Ambedue lottiamo per l’Italia e per le riforme sociali e non per i vecchi gerarchi riaffioranti o per la classe dirigente Dc… anche i giovani neofascisti, i quali sognano una grande Italia, sanno che tutte le vecchie classi dirigenti tradiscono ancora la gioventù…”. Che non fosse un semplice espediente propagandistico, lo attesta Pino Rauti, allora dirigente nazionale del Msi: “Berlinguer era allora segretario dei giovani comunisti, e organizzò qualche dibattito con noi nelle sezioni del Pci. Io andai a parlare alla Casa del Popolo di Monte Sacro che era presidiata dai partigiani. Mi dissero: ‘Noi siamo disciplinati, Berlinguer ci ha detto che dobbiamo discutere con voi, e noi discutiamo. Il dibattito si svolge così: lei dice quello che vuole, il più rapidamente possibile, nessuno di noi pone domande, poi lei se ne va e ringrazi Iddio se esce vivo da questa sede… Dopo anni sapemmo che queste iniziative procurarono un sacco di guai a Berlinguer, che nel partito fu difeso solo da Togliatti”.

L’ultima grande manifestazione di stima e considerazione nei confronti del Msi, Berlinguer la esternò nel 1974. Ad un giornalista, che gli faceva presente come col ‘compromesso storico’ non ci sarebbe stata una forza di opposizione al governo, rispose:” Perché? All’opposizione non c’è forse il Msi?”. La frase pronunciata nei confronti di un partito allora escluso da ogni rilevanza politica dal cosiddetto ‘arco costituzionale’  indicava proprio a Giorgio Almirante la strada per uscire dall’isolamento e qualificarsi come forza di opposizione nel sistema democratico. Ma Almirante non colse, e non abbandonò la sua “opposizione al sistema”, intesa da tutti, e non a torto, come opposizione al sistema democratico, con tutto quello che ne conseguì.

Angelo Abis

[Fonte: sardegna.admaioramedia.it]




Il Fatto Quotidiano - "Dalla galera coi Colonnelli alla candidatura in Grecia"


CASTELLINA Candidata in Grecia con la Lista Tsipras a 89 anni

“Quando Rauti tentò di salvarmi”

C’era una volta una giovane giornalista di Paese sera in trasferta in Grecia per raccontare il colpo di Stato dei colonnelli. Correva l’anno 1967 e ad Atene il “golpe non si vedeva”, come ha spiegato tante volte la protagonista. “Avevano messo duemila persone arrestate nello stadio. Furio Colombo, che era stato mandato dalla Rai, era disperato: i giornalisti potevano scrivere, lui doveva mandare delle immagini che non esistevano. Io avevo contatti riservati con le famiglie di alcuni arrestati. Mi dissero che non sapevano dove si trovavano i loro familiari, ma che era stata data indicazione di un commissariato dove si potevano portare dei pacchi”.

Giornalista e comunista, nel 1967 la dittatura la mise in carcere, oggi corre con Tsipras: “Un atto simbolico: fossi eletta, rinuncerei”

Una vecchia storia
I rapporti tra comunisti greci e italiani sono strettissimi da decenni da noi è in lista Panagopoulos per La Sinistra

La critica al passato
Invece di affermare l’identità europea, ITJe in questi anni è stata subalterna al liberismo: adesso serve solidarietà

C’era una volta una giovane giornalista di Paese sera in trasferta in Grecia per rac­contare il colpo di Stato dei colonnelli. Correva l’anno 1967 e ad Atene il “golpe non si vedeva”, come ha spiegato tante volte la protagonista. “Avevano messo duemila persone arrestate nello sta­dio. Furio Colombo, che era stato mandato dalla Rai, era disperato: i giornalisti pote­vano scrivere, lui doveva mandare delle immagini che non esistevano. Io avevo con­tatti riservati con le famiglie di alcuni arrestati. Mi dissero che non sapevano dove si tro­vavano i loro familiari, ma che era stata data indicazione di un commissariato dove si po­tevano portare dei pacchi”. Chissà se allora Luciana Castellina, novanta primavere straordinariamente ben por­tate, si sarebbe immaginata che mezzo secolo dopo avreb­be fatto una campagna eletto­rale proprio in Grecia.

Luciana, restiamo ancora un momento nel 1967: poi lei fi­nì in manette. La prima gior­nalista arrestata dai colon­nelli.
Sì. Con Furio eravamo riusciti a filmare qualcosa al commis­sariato, la pellicola uscì dal Paese nella valigia di una tu­rista americana diretta a Ro­ma. La mattina dopo andai a colazione con i colleghi, dissi che mi aveva cercata al telefono Pino Rauti, che si trovava lì per il Tempo. Naturalmente non lo avevo richiamato.

Non richiamò Rauti perché era fascista?
Ma certo! Era amico dei co­lonnelli. E per questo sapeva che fine avrei fatto. Igor Man mi rimproverò: “Hai fatto molto male, i colleghi si ri­chiamano sempre”. Rauti vo­leva avvisarmi. Poco dopo u­scendo dalla doccia nella mia camera trovai decine di poli­ziotti ad aspettarmi. Senza farmi vedere mangiai tutti gli indirizzi dei miei referenti prima che mi portassero in prigione. Il ministro degli E­steri era Fanfani e riferì in Se­nato dei fatti in Grecia, tuonando contro il mio arresto: tutti in quel momento si vo­levano rifare una verginità antifascista… E ordinò di far­mi liberare immediatamente. Così, grazie alle trattative dell’ambasciatore, tornai in Italia.

Poi è rimasta in contatto con i greci?
Il Partito comunista greco si spaccò in due e nacque il Kke, il Partito comunista dell’in­terno, che prese le distanze dall’Unione Sovietica. In quella fase il Pei si trovava in imbarazzo, non poteva rom­pere con l’Urss e simpatizza­va per gli scissionisti anche perché molti esuli erano ve­nuti in Italia: io ho tenuto i rapporti con loro, anche quando sono andata al mani­festo. Per vent’anni ho parte­cipato ai congressi dei vari partiti, quando sono diventati Synaspismos e poi Syriza.

La ragione politica della can­didatura è stata una ricon­ferma della vicinanza tra la sinistra italiana e quel la gre­ca?
Sì, e poi l’hanno proposta ame perché ero la più conosciuta in Grecia. Qui in Italia è can­didato Argiris Panagopoulos, giornalista di Avgi e dirigente di Syriza.

Uno scambio dì prigionieri!
Torno a dire: i rapporti tra i comunisti italiani e greci sono stati strettissimi. Lo ha ricor­dato anche Tsipras, quando ha presentato la mia candida­tura. “Noi dobbiamo molto ai comunisti italiani e al manife­sto: ci hanno insegnato a es­sere comunisti diversamente”. Cioè a non essere settari.

Si sarebbe candidata in Ita­lia? Lei è stata più volte eu­rodeputata.
No! Non voglio andare a Stra­sburgo, anche se fossi eletta rinuncerei. E un atto simbo­lico.

Parliamo di Tsipras. È stato molto criticato…
…è stato molto criticato da Varoufakis, che vorrei far notare molto prudentemente si pre­senta in Germania e non in Grecia.

Volevo sapere cosa pensa della scelta di Tsipras di ce­dere ai diktat della Troika nonostante l’esito di un re­ferendum popolare che an­dava in senso opposto.
Quello che hanno chiesto alla Grecia è terrificante. Ma non poteva uscire dall’euro, sa­rebbe stato un suicidio: è il più fragile di tutti i 28 Paesi, non produce quasi nulla. Do­po una settimana non avreb­bero avuto nemmeno i soldi per comprare il combustibile delle navi che servono le loro isole.

Il mandato elettorale di Tsi­pras era diverso.
Ha provato a tener testa all’Europa. C’è stato un periodo di tensione fortissima, cau­sata anche dalla totale sordità dei governi europei di sini­stra. Compreso il nostro, sem­pre che il governo Renzi si possa definire di sinistra. In quel momento la battaglia da fare era sul debito, che aveva­no contratto precedenti go­verni corrotti e alleati del Par­tito popolare della Merkel e dei socialisti. Io credo che Tsipras abbia fatto quello che poteva fare: si ricorda quando rimase in camicia chiedendo “Volete anche la mia giacca?”. Ha provato a ripartire l’onere di questo bagno di sangue, in modo da proteggere – nono­stante i margini limitatissimi – i più poveri. Tanto è vero che oggi il salario minimo è stato un po’ aumentato e anche l’occupazione è risalita, insie­me al Pil.

Tutti vogliono un’altra Euro­pa. Cosa vuol dire concreta­mente?
L’Europa è stata governata dall’alleanza socialdemocra­tici-popolari, fondata su un’i­dea turboliberista di competizione. Contro ogni forma di solidarietà: il Trattato di Li­sbona vieta gli aiuti tra Paesi. La Bce ha cercato di immettere liquidità acquistando buoni del tesoro svalutati. Li­quidità che non ha potuto da­re al governo greco per fare investimenti, ma solo al mer­cato o alle banche. In sostanza agli speculatori. Si è deciso di liberalizzare la circolazione dei capitali senza contempo­raneamente rendere omoge­nea la politica fiscale e così, tanto per fare un esempio, la Fiat ha lasciato Torino, spo­stando la sede della società ad Amsterdam e a Londra dove paga meno tasse. Tutte le mi­sure adottate negli ultimi anni anziché tendere a rafforzare l’identità storica europea, caratterizzata daun forte welfare, hanno portato a un cre­scente subalterno allinea­mento alla globalizzazione, così rischiando di far perdere la ragione stessa dell’essere Europa. Il primo obiettivo è dunque la modifica dei Trat­tati e di queste decisioni. La questione fondamentale è co­struire un soggetto politico e sociale unitario che sia in gra­do di fare una battaglia comu­ne nel senso che ho appena in­dicato, di creare reciproca comprensione e solidarietà, impedendo che gli uni venga­no messi contro gli altri. Pur­troppo oggi a ritenere che i greci vadano puniti perché non lavorano non è solo il mi­nistro Schàuble, maanche l’o­peraio tedesco.

Prossimi appuntamenti del­la campagna elettorale?
Sono stata per l’apertura e torno il 15: Atene, Salonicco e le tre città di Creta.

Dove è ambientato il suo ul­timo libro, Amori comuni­sti, giusto?
Sì, una delle tre storie raccontate dei guerriglieri cretesi che sono rimasti nascosti nelle grotte per vent’anni.

Chi è
Nata a Roma il 9 agosto 1929, nel ‘47 s’iscrive al Pei di cui diventa funzionario fino a quando nel ’69 viene radiata dal partito e fonda con Magri, Rossanda e altri il manifesto. Ha sposato Alfredo Reichlin, da cui ha avuto due figli, Pietro e Lucrezia. Per anni è stata compagna di Lucio Magri.

Leggi l’articolo de “Il Fatto Quotidiano” del 4 maggio 2019
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Secolo d'Italia.it - Almirante e Berlinguer: un libro sui due nemici uniti dalla lotta al terrorismo


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Frammenti di memoria degli anni Settanta, di gesti di leader politici mai abbastanza rimpianti, leader nemici ma che sapevano rispettare l’avversario e che avevano dichiarato guerra ai terroristi rossi e neri. Parte da qui il libro di Antonio Padellaro “Il gesto di Almirante e Berlinguer“(PaperFirst) di cui scrive oggi sul Fatto Pietrangelo Buttafuoco.

Buttafuoco recensisce il libro di Padellaro
“Sia il rappresentante inevitabile del male, il fascista – scrive Buttafuoco – che il primo degli antifascisti, il segretario nazionale dei comunisti, hanno l’ossessione della violenza che insanguina l’Italia…”. E non è neanche la prima volta che un fascista e un comunista in segreto si danno la mano e stringono un patto: era accaduto già con Palmiro Togliatti e Pino Romualdi quando, nel lontano 1946, trattarono l’amnistia per i condannati della Rsi.
Il libro di Padellaro non è il solo titolo che rievoca quegli incontri tra Almirante e Berlinguer, i quali si vedevano il venerdì alla Camera, negli anni 1978-79, lontano da occhi indiscreti. Ne scrive anche Adalberto Baldoni nel suo libro “Destra senza veli” e ne hanno parlato in varie interviste Massimo Magliaro (già capo ufficio stampa del segretario missino) e Assunta Almirante.  Almirante e Berlinguer avevano un comune cruccio: che il terrorismo brigatista e quello neofascista potessero imbrattare irrimediabilmente l’immagine dei due partiti, Pci e Msi e decidono di stringere un patto in difesa delle istituzioni minacciate dalle opposte spinte sovversive.

Berlinguer e il suo invito al dialogo tra i giovani
Enrico Berlinguer -come ha scritto Il Secolo in un ricordo del leader comunista del 2012 -fin dal 1951 incarnava un “comunismo dialogante” come dimostra l’invito rivolto ai giovani del Msi a scrivere sulle colonne del giornale della Fgci Pattuglia. Lo racconta Paolo Buchignani nel suo libro Fascisti rossi dove riporta l’appello ai giovani dello stesso Berlinguer «per la salvezza della Patria»: «Noi esortiamo apertamente i nostri 470.000 giovani ad abbandonare ogni orientamento settario ed esclusivista, ad avvicinarsi, in centinaia di migliaia di dibattiti, a tutti i giovani italiani… Noi non escludiamo nessuno, non c’è ambiente, non c’è scuola, fabbrica o villaggio, non c’è giovane con il quale noi non vogliamo discutere. Sappiamo che anche in quei movimenti che si considerano generalmente nostri avversari vi sono giovani in buona fede, giovani che riflettono con la loro testa, forze sane da risvegliare per l’interesse del Paese». Nell’autunno del 1950 Berlinguer impone ai militanti della sezione romana di Monte Sacro di organizzare nella loro sede un incontro con Pino Rauti, che fu anche il primo a rispondere all’invito berlingueriano a scrivere sulla rivista dei giovani comunisti. Un intervento nel quale Rauti si dimostra d’accordo sul giudizio negativo espresso da Botteghe Oscure relativamente alla classe dirigente italiana e alla sua crisi; ritenendo tuttavia che prima ancora della patria e della pace «la gioventù debba discutere di un problema che sta alla base di tutti gli altri, quale compito, quale funzione, quale missione i giovani ritengono di poter indicare oggi a tutto il popolo italiano per farlo uscire dall’abulìa che lo va conquistando sempre di più…». Gesti lontani nel tempo e che difficilmente potranno ripetersi oggi in tempi in cui “svaniti i combattenti della guerra civile (è sempre Buttafuoco che scrive) sono rimasti di sentinella gli spettri dell’odio”.

[Fonte: www.secoloditalia.it]




Auguri di Buona Pasqua e che la forza della Risurrezione ci accompagni ogni giorno


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ANSA - Morto Pelamatti, unico sindaco Msi nel Bresciano


(ANSA) – BRESCIA, 26 MAR – + morto al’età di 90 anni Luigi Pelamatti, storico esponente della destra bresciana e unico sindaco del Movimento sociale italiano in provincia di Brescia.
Pelamatti è stato infatti primo cittadino di Darfo Boario Terme in Vallecamonica.
“Caro Luigi, mi piace immaginarti anche ora, come sempre, sorridente e appassionato, dissertare di politica con Giorgio Almirante, Pino Rauti, Altero Matteoli e tanti altri amici che hanno dedicato tutta la loro vita alla politica”, ha detto Viviana Beccalossi, consigliere regionale nel gruppo Misto e un passato nel Msi.(ANSA).
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26-MAR-19 17:09 NNN




Secolo d'Italia - Il percorso umano e politico di Tommaso Manzo nel ricordo di un amico fraterno


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Riceviamo da Nazzareno Mollicone un ricordo di Tommaso Manzo e volentieri pubblichiamo

L’improvvisa scomparsa di Tommaso Manzo ha colpito dolorosamente come un fulmine tutta la “comunità” che con lui aveva condiviso decenni di militanza, anche dura e pericolosa, di iniziative politiche, di approfondimenti culturali, di attività professionali. Già è stato detto molto di lui, sul piano del suo impegno attivistico quale segretario della “mitica” sezione della Balduina, accusata anche (pochi lo ricordano) di “ricostituzione del partito fascista” (una sezione!): non tanto per la presenza attiva dei suoi iscritti nella militanza politica che era comune a tante altre sezioni di Roma e d’Italia, ma piuttosto per la attenzione dedicata in quella sede anche alla preparazione ideologica e culturale, cosa che forse preoccupava di più il sistema partitocratico di allora. E’ stato ricordato come egli rimase vittima di un attentato di un gruppo terroristico che imitava le Brigate Rosse, i Nuclei di Azione Proletaria. Rimase ferito alle gambe, senza però conseguenze invalidanti: ebbe però la capacità (e il coraggio, che all’epoca pochi avevano) di riconoscere nelle foto segnaletiche della Polizia i suoi attentatori, che furono così arrestati e condannati.

Manzo nel 1969 entrò nel Msi con Rauti
Tommaso Manzo è stato anche tanto altro. Figlio di un militare, iniziò la sua militanza politica negli anni Sessanta, aderendo ai gruppi giovanili del Centro Studi Ordine Nuovo collocato nell’ormai storica sede di via degli Scipioni n. 268/a e partecipando alla riunione dei “Comitati di Riscossa Nazionale” nella manifestazione del 27 giugno 1965 al Teatro Brancaccio. Decise poi nel 1969 di entrare nel Movimento Sociale Italiano insieme a Pino Rauti e agli altri dirigenti di O.N. collaborando alla Rivista Presenza. Nel mese di gennaio 1977 fu eletto dal Comitato centrale del Msi componente della Direzione nazionale del partito e mantenne questa carica – sempre rieletto nei congressi – fino allo scioglimento del partito deliberato dal congresso del 1995 a Fiuggi. Costituitasi Alleanza nazionale, fu molto vicino a Giulio Maceratini che era divenuto il presidente del gruppo di An in Senato. La sua presenza nei massimi vertici del Partito non era solo onorifica: egli partecipava attivamente ai lavori del Comitato centrale, della Direzione nazionale e dei Congressi contribuendo ad elaborare documenti, intervenendo nelle riunioni e assumendo ruoli di garanzia nelle commissioni elettorali e nei seggi elettorali.

Manzo nelle associazioni sportive e legali
In particolare, si dedicò a due attività “parallele” del Msi, quelle dell’avvocatura e dello sport. Nell’avvocatura, fu uno dei soci dell’Associazione Cidaf (Centro Italiano di Azione Forense) costituita dagli avvocati di destra (ricordiamo in particolare Valensise, Andriani, Battista, Gallitto, Marchio, Valentino e tanti altri) per contrastare e invalidare le decisioni della magistratura influenzata dalla sinistra e per proporre una concezione della giurisprudenza basata sull’imparzialità e sul rispetto della legge. Da tener presente che Manzo non s’interessò solo, insieme agli altri avvocati del Msi, alla difesa dei militanti nei processi politici che in quegli anni erano numerosi ma fu attivo anche nelle cause civili di lavoro, collaborando con i sindacalisti della Cisnal per assisterli nelle vertenze da loro avviate. Per quanto riguarda lo sport, divenne dirigente della storica associazione sportiva Centro Nazionale Fiamma emanazione del Msi e, dopo la crisi di quest’ultima, contribuì attivamente alla fondazione della nuova associazione vicina ad Alleanza aazionale denominata Alleanza Sportiva Italiana che rappresentò in organismi costituzionali, quali il Coni e il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Manzo consigliere comunale capitolino
In ambito pubblico, fu consigliere circoscrizionale e comunale di Roma e la sua presenza, sempre attenta e precisa, era in grado sia di svelare le irregolarità delle amministrazioni comunali, allora guidate dal Pci (ricordiamo i sindaci Luigi Petroselli e Ugo Vetere) sia di proporre soluzioni a problemi annosi della Capitale. Fu anche, nel periodo della giunta capitolina avente come sindaco Gianni Alemanno, assistente della presidenza dell’azienda municipalizzata Ama. Ultimamente, si era dedicato al coordinamento delle iniziative culturali dell’associazione M.Arte, situato nel Museo Crocetti di via Cassia, di cui era il presidente organizzando presentazione di libri e altre iniziative culturali. La sua scomparsa ha estremamente colpito tutti i suoi colleghi, amici e camerati di tante battaglie, in particolare coloro che lo frequentavano in modo continuativo, da Giulio Macerativi a Marcello Perina, da Renato Manzini a Isabella Rauti, da Bruno Esposito a Nicola Cospito, da Romolo Sabatini a Toni Gemmellaro, e tanti altri che non riusciamo a citare. Il ricordo del suo stile di vita sempre corretto e leale, della sua elevata professionalità, dell’attiva militanza e passione politica, lo faranno rimanere sempre presente nei nostri cuori.

[Fonte: www.secoloditalia.it]