marsalalive.it - "Il Tempo delle Idee" alla "Giornata Tricolore 2020": a Custonaci


Si terrà sabato 26 settembre presso la Sala Conferenze di Villa Zina Park Hotel, la tradizionale “Giornata Tricolore”, che in questa edizione ha per tema “Il Tempo delle Idee per una nuova Italia”…

Locandina-GT2020Custonaci – «Il 2020 è stato caratterizzato da avvenimenti imprevisti ed imprevedibili, che ci hanno visto, per la prima volta, privati della nostra piena libertà nei movimenti e nella normale conduzione della nostra vita quotidiana. Proprio nelle settimane del «lockdown» tantissimi italiani hanno “riscoperto”, anche alla luce di queste privazioni personali, l’importanza, in termini valoriali, dell’identità nazionale e dei suoi simboli (dall’ascoltare il «Canto degli italiani» affacciati sui balconi al vedere il «Tricolore» che illuminava le facciate dei palazzi più celebri).In tal senso abbiamo pensato, mentre le «Frecce Tricolori» sorvolavano con le loro scie colorate i nostri cieli, di dedicare l’edizione 2020 della «Giornata Tricolore» a tutte le vittime del «Covid-19» ed a tutti gli operatori sanitari che hanno combattuto in prima linea e, soprattutto, ci siamo imposti di riflettere sulla nascita di un’auspicabile nuova Italia, che sappia affrontare, con una marcia in più, la ripartenza ed il prossimo futuro. Anche quest’anno, insieme al «Centro Studi Dino Grammatico», ad organizzare l’evento hanno voluto esserci rispettivamente le fondazioni «Nazione Futura», «Tatarella», «Giuseppe e Marzio Tricoli», il «Centro Studi Pino Rauti» e l’«Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici» (ISSPE), con il patrocinio della fondazione «Alleanza Nazionale».

Saranno presenti, dunque, i rappresentanti degli istituti culturali (Francesco Giubilei, Marcello Tricoli, Isabella Rauti, Umberto Balistreri e Roberto Menia) appena citati e con loro numerosi parlamentari (Carolina Varchi, Raffaele Stancanelli, etc..) ed ha confermato la sua presenza anche l’«Assessore Regionale dei Beni Culturali e dell’identità siciliana» Alberto Samonà. Mentre il «Premio per la Cultura della Legalità 2020» (ovvero una piccola quercia, che rappresenta il radicamento ai valori legalitari, realizzata in marmo di Custonaci ad opera dello scultore Giuseppe Cortese), è stato assegnato alla memoria di Enzo Fragalà (verrà consegnato nelle mani della figlia Marzia), per aver contrastato la criminalità mafiosa al punto di costargli, purtroppo, la sua stessa esistenza.

Per questa edizione 2020 si è voluta riprendere la celebre frase di Paolo Borsellino, puntuale figura di riferimento del «Centro Studi Dino Grammatico», dove si ricorda che «la lotta alla mafia deve essere un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà, che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità».

A moderare l’incontro sarà, infine, il giornalista Massimo Magliaro (già Direttore di «Rai International» e Presidente di «Rai Corporation»)».

La manifestazione è a numero chiuso per ottemperare alle restrizioni sanitarie, per cui è obbligatorio prenotarsi, fino all’esaurimento dei posti disponibili, inviando una mail al seguente indirizzo csdinogrammatico@gmail.com.

[Fonte: www.marsalalive.it]




Sabato 26 settembre, ore 10:00 – Giornata Tricolore “Il tempo delle idee per una nuova Italia”, Custonaci


https://www.youtube.com/watch?v=TUoej9QAFUQ

Giornata Tricolore




Barbadillo.it - Se la destra si posiziona tra Stato organico e difesa delle identità


Il classico dibattito estivo sulla natura del fronte della “droite” e la necessità di riaggiornare la categoria secondo la visione sociale
 
Giacomo Balla - Si è rotto l’Incanto
Da qualche tempo si è scatenata nuovamente la polemica su cosa connoti, identifichi la destra. Da ultimo Marcello Veneziani, nell’articolo La destra che piace a lorsignori, pubblicato su La Verità il 26/07, ha tracciato il perimetro valoriale attorno a cui ruota ogni destra “che abbia conquistato il consenso dei popoli e il governo”. Una destra, dunque, realista per vocazione: pertanto religiosa per logica (Dio), patriottica per necessità (Patria), comunitaria per istinto (Famiglia).
 
Eppure, dando un’occhiata alla storia, potremmo chiederci se sia questo “soltanto” ciò che abbia contraddistinto, nello specifico, la destra italiana lungo la sua breve storia. Se non occorra “puntellarla” maggiormente. Ernesto Galli Della Loggia è forse uno dei più noti intellettuali che da sempre si batte affinché in Italia possa nascere una destra “finalmente” liberale. Liberale ontologicamente, il che vuol dire: sgombra dalle “storture”, a suo dire, che hanno reso la destra italiana assai differente da quella a vocazione puramente conservatrice o liberale di stampo anglosassone, per esempio.
Destra sociale?
 
Giungiamo così ad uno snodo fondamentale, spesso sottovalutato o ancor peggio dimenticato. Taluni hanno denominato la destra nostrana con l’appellativo “destra sociale”. Può non piacere, ma ciò che emerge è che quell’aggettivo, a ben vedere, non identifica semplicemente una corrente ma, più in generale, la specificità della destra italiana, la quale ha piantato radici nel mondo. “La più audace e mediterranea delle idee” aveva la sua scaturigine nell’ideale di uno Stato organico, il quale postula ex se “l’alternativa al sistema” dei partiti e il superamento del liberalismo così come del socialismo. Ossia l’inserimento delle categorie professionali e dei ceti produttivi al centro della comunità politica, nei posti dove si redigono proposte e si approvano le leggi. Lo stesso Mussolini ebbe a scrivere: “Corporativismo e fascismo sono termini che non si possono dissociare” (“Critica fascista”, 1° gennaio 1931).
 
La ripresa dei motivi corporativi lungo il XX secolo, da parte di molti regimi europei, segnò il punto di contatto tra il messaggio economico sociale del cattolicesimo (superamento del conflitto tra classi sociali e antiliberalismo filosofico-economico) e i nuovi movimenti di ricostruzione nazionale che durante gli anni ’20, ’30 del secolo scorso conquistarono buona parte d’Europa.
Anche Papa Pio XI
 
Pio XI (1857-1939) nell’Enciclica Quadragesimo Anno (1931), parlando del nuovo assetto corporativo italiano, scrive: “Basta poca riflessione per vedere i vantaggi dell’ordinamento per quanto sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti, l’azione moderatrice di une speciale magistratura.” Tuttavia, continua il Sommo Pontefice: “dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico, e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti politici piuttosto che all’avviamento ed inizio di un migliore assetto sociale”.
 
Quest’ultimo aspetto costituirà il limite dell’esperienza corporativa promossa dal Fascismo e il pungolo per gli altri regimi europei a che si dotassero di una conformazione statuale corporativa quanto più vicina alle indicazioni fornite dalla Dottrina sociale della Chiesa: l’Estado Novo portoghese di Antonio de Oliveira Salazar (1889-1970) e il Christilicher Ständestaat (Stato corporativo cristiano) del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss (1892-1934), ne sono un esempio su tutti.
 
Il riferimento al corporativismo e l’ambizione alla ricostruzione di una società organica, ossia di una societas formata non da un insieme di individui isolati, ma da un insieme di famiglie e di corpi intermedi che si situano tra l’individuo e lo Stato e che hanno una rappresentanza politica, non può essere omesso né può essere ritenuto irrilevante o utopico, quasi si trattasse di una labile fiammata di inizi XX secolo. Le sue radici profonde vanno ricercate nelle comunità politiche antecedenti la Rivoluzione francese. Ed è proprio questa connessione tra passato e futuro che necessita di esser messa in risalto e che consente di addentrarsi in quella parola magica che è la “Tradizione”. La quale, è bene precisare con vigore, prescinde dal riferimento ai fascismi europei, seppur in essi abbia potuto qui e là innervarsi talvolta con molta fatica, talora con più scioltezza ma non senza contraddizioni.
 
Nel 1995 l’ex segretario del Msi-Dn Pino Rauti, dal palco di Fiuggi, dove si celebrava il XVII nonché ultimo Congresso nazionale del partito, denunciò l’abbandono, da parte della nascente Alleanza Nazionale, della progettualità corporativa: “C’è, è evidente e la stampa l’ha colta subito – egli disse – la rinuncia al corporativismo il che implica la rinuncia a tutto il nostro programma sociale”. Sforzandosi inoltre nel precisare l’autentica concezione corporativa, che non doveva essere confusa con una battaglia di retroguardia volta a difendere un ceto sociale, una posizione raggiunta: “(…) tra persone che fanno politica il corporativismo era ed è quell’impostazione che mirava alla creazione di uno Stato organico, all’inserimento delle categorie nella struttura giuridica dello Stato”.
 
Quella di. Rauti non era una mera forma di nostalgismo come sovente è stata intesa. “Non è il passato che mi preoccupa, è l’avvenire!” ripeteva spesso e ripeté ancora in quell’intervento dal titolo quanto più eloquente: Alternativa e futuro: “Non c’è nell’art. 1 nuovo – affermava con insistenza – quello che invece non mancava ovviamente nell’articolo 1 dell’ancora vigente statuto: “Mediante l’alternativa corporativa” il che stava a significare tutta intera la nostra progettualità verso un altro nuovo tipo di Stato, di economia, di società al limite, sia pure finalisticamente e strategicamente, verso un altro modello di sviluppo”.
 
La posizione di Pino Rauti non venne compresa, o peggio, venne scambiata per fossilizzazione inutile su di un passato ormai morto e sepolto. L’aspetto più tragico, se si vuole, è che il passato a cui faceva riferimento Rauti aveva molto più a che fare con la civiltà cristiana che con l’esperienza del ventennio.
 
Erano gli insegnamenti di Leone XII (1810-1903) e di Pio XI, con le Encicliche Rerum Novarum e Quadragesimo Anno, nei loro principi universali, ad essere messi in discussione, e non banalmente la Carta del Lavoro del 1927.
 
La posizione di Rauti uscì sconfitta dal Congresso. Culturalmente, invece, essa ha necessità di vivere, di essere depurata alla luce dell’etica cristiana e di quelle che furono delle evidenti storture di ordine storico. La destra ha sempre raccolto attorno a sé sensibilità varie, progettualità diverse, ispirazioni simili ma declinate in maniera differente. Nessuno osa mettere in dubbio ciò. Talvolta però è necessario definire con maggior precisione cosa rappresentò la destra nel ‘900, servendosi magari di qualche spunto offertoci dal passato al fine di capire cosa è stata, cosa è oggi e, infine, cosa vorrà essere domani.
 



"MELISSANO dal dopoguerra ad oggi" a cura di Roberto Tundo


Melissano-Copertina  Melissano-RetroCopertina

  Melissano-Pag114Melissano-Pagina177




"In linea con le idee" di Annamaria Sperduto, edizione Booksprint - Prefazione di Isabella e Alessandra Rauti


copertina_web_autore_sperduto In-linea-con-le-idee-Retro

Ci lega all’Autrice una solida ed antica amicizia. È un’eredità affettiva trasmessa e lasciataci dai nostri genitori che hanno avuto con Anna Maria Sperduto e suo marito Emilio Durante un rapporto di amicizia duraturo e costante ed una condivisione e militanza politica, ininterrotta e sempre leale. Fino alla fine. È anche per questo legame profondo, sentimentale ed ideale, personale e politico – e forse anche per la nostalgia dell’assenza – che l’Autrice nella parte iniziale, si immerge in alcuni scritti di nostro padre, li rilegge, li stralcia, li riporta, si immedesima analizzandoli o raccontandoli. Suggestioni ed emozioni che l’Autrice prova in prima persona e vorrebbe trasmettere al lettore. Attraverso questo lavoro di “cucitura” – operato sulla base di molta documentazione in originale in suo possesso – di alcuni brani e passi di articoli e del libro magistrale di nostro padre, Pino Rauti “Le Idee che mossero il mondo”, si citano realtà culturali e politiche come le Riviste di “Ordine Nuovo “, “Presenza”, “Civiltà “ e del giornale “Linea” ; ma trovano spazio anche le citazioni di documenti fondamentali, vere e proprie pietre miliari, come le mozioni congressuali missine elaborate e presentate dalla componente rautiana, da “Spazio Nuovo “ ad “Andare oltre” ed alcune iniziative prese durante la segreteria Rauti del MSI nel 1990. E così l’ordito delle pagine restituisce frammenti della storia del Partito ma anche dello sviluppo del pensiero politico rautiano e ne emerge la visione profetica di allora e la perenne attualità di oggi: dalle riflessioni sulla globalizzazione alla denuncia del rischio dell’islamizzazione dell’Europa; dalle analisi sul terrorismo a quella di politica estera e geopolitica. L’Autrice, in questa parte dello scritto, prende per mano il lettore e lo accompagna lungo la ricostruzione di un percorso e lo fa seguendo un suo viaggio, fatto di immagini e citazioni testuali, talvolta con voluta discontinuità temporale, per poi ritornare alla “trama” principale che è la storia delle idee, la permanenza delle idee, e la loro forza motrice, la loro spinta nelle persone, nelle rivoluzioni, nel mondo, almeno secondo (ossia in linea) con una certa visione della vita, ben sintetizzata ed espressa anche dalla citazione fronte testo di Marcello Veneziani che definisce le idee “una guida”. Ogni elemento selezionato e riportato nel testo risponde ad un imperativo che è quello della centralità delle idee ed in questo senso, la prima parte dello scritto aiuta a ricordare nostro padre ed i suoi insegnamenti politici e di questo omaggio amicale siamo grate; ma le pagine servono anche a ricordare, a tutti coloro che cedono alla tentazione del nichilismo e si arrendono alla cosiddetta era post-ideologica, che al di là ed oltre la fine delle ideologie, restano le idee, resta la Patria, restano le radici e le identità e – anche – a ricordare che alcuni maestri non muoiono mai.
L’Autrice prosegue il suo viaggio tra le idee, compiendo una virata e facendo un salto dalle tematiche squisitamente politiche per approdare a quelle femminili e lo fa con la sua personale sensibilità di donna e di madre e dedica lo scritto “A NOI DONNE”. Lo spazio dedicato alle questioni femminili parte dalla considerazione di fondo della “condizione di subalternità femminile e di discriminazione” delle donne nella storia di tutti tempi e in tutto il mondo. L’analisi prosegue ponendo l’attenzione e la penna sull’evoluzione normativa, anche a livello internazionale, sui diritti delle donne e sulle “pari opportunità”, nonché sulle dieci Leggi che hanno cambiato la situazione femminile in Italia, fino ad arrivare ai più recenti interventi legislativi di settore. L’Autrice, oltre al quadro ed agli aspetti normativi che costituiscono il perimetro di riferimento della materia, sottolinea le tante drammatiche emergenze che rappresentano un mondo sommerso di dolore, quello delle violenze sulle donne – subite, in particolare tra le mura domestiche e all’interno delle relazioni interpersonali sentimentali – ma anche dei fenomeni delle spose bambine e dei matrimoni forzati e precoci e del turismo sessuale che vittimizza migliaia di bambine e di bambini. La lunga esperienza di insegnante dell’Autrice – professione svolta con grande passione e profonda sensibilità – la porta a denunciare con forza la condizione di sfruttamento dei minori ed a rivendicare la centralità di idee giuste e che siano queste a governare le azioni ed i destini.

Isabella e Alessandra Rauti




Barbadillo.it - "Conservare la Natura": viaggio nella vocazione della destra ambientalista


Francesco Giubilei si cimenta in un saggio su un tema di cui il mondo progressista vorrebbe detenere il monopolio

Lo scrittore Francesco Giubilei sfonda una porta tanto aperta che, negli anni, in molti si son presi la licenza o di non vedere o di non attraversare. L’incrocio cioè tra ambiente e destra. Sì, perché i temi dell’ecologia appartengono di buon diritto anche all’altra metà della sfera politica. Non solo ai progressisti o ai globalisti. Un punto che prima o poi andava ribadito, rompendo le catene di un’ideologizzazione verde sempre più forzosa e che non accetta intrusioni o contributi altri. Ma che invece ci sono e sono radicati in una diversa lettura dello sviluppo economico e nella critica comunitaria al modello dominante di industrializzazione capitalista.

Scrivendo Conservare la natura. Perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori (Giubilei Regnani, 2020), Giubilei rimette le cose al loro posto e al tempo di Greta Thunberg e della sovraesposizione progressista in questo ambito, propone una narrazione che per vastità e complessità merita di essere affrontata fuori dalla mode del momento e dalle semplificazioni culturali.

Buonsenso
L’ambiente è di tutti e tutti se ne devono occupare. Ognuno con il suo approccio, le proprie gradualità e le relative sensibilità. Giubilei ragiona da conservatore (ma in un’accezione vasta, che ricapitola cioè il ventaglio di frequenze del pensare a destra). Che vuol dire? Non assolutizzare le questioni ambientali (o, nello specifico, i cambiamenti climatici) e armonizzarle con i temi del lavoro e della salute. Perché le ricette che puntano massicciamente alle sole questioni ecologiche, senza badare agli effetti occupazionali, rischiano di essere indigeste a chiunque. O, peggio ancora, inutili.

Partire dalle comunità

giubilei-conservare-la-natura

Eccolo: «È necessario sviluppare la conservazione della natura a partire proprio dalle piccole comunità, dai quartieri, dai comuni, dai corpi intermedi: solo un ambientalismo (o meglio un’ecologismo) dal volto umano può avere a cuore le persone. Una reale salvaguardia della natura non viene attuata solo perché lo Stato (o l’Unione Europea) impone leggi e obbliga i cittadini a seguire determinati comportamenti, è piuttosto il risultato della volontà delle persone di vivere in un ambiente salubre, di avere riguardo degli spazi verdi vicini a casa propria, di non gettare rifiuti o inquinare i luoghi in cui si vive».

Giubilei mette anche in luce l’ipocrisia di chi, dietro il paravento delle questioni ambientali, spinge il piede sulla leva del prelievo fiscale: «È evidente che lo Stato debba svolgere una funzione di controllo verso i comportamenti poco virtuosi, multando chi trasgredisce e incentivando le aziende e i privati che scelgono di investire a favore della tutela dell’ambiente, ma è altrettanto importante svolgere un’attività di sensibilizzazione dei cittadini per educarli, senza però colpirli con le cosiddette “tasse etiche”».

Chiesa e fraintendimenti
Conservare la natura contribuisce inoltre a rendere l’insegnamento dei papi sulla difesa del creato intellegibile a chiunque. Compreso quello di Bergoglio, su cui – a dire il vero – le destre hanno riservato finora un giudizio frettoloso. L’autore fa un passo utile alla comprensione del magistero bergogliano, mettendo in chiaro i contenuti del pontefice argentino (come nel caso emblematico della “Laudato si’”), dove la cura della «nostra casa comune» e l’opzione per i poveri procedono di pari passo. Giubilei non manca tuttavia di porre attenzione alle voci critiche circa il sinodo sull’Amazzonia.

Come detto, c’è un ambientalismo di destra che viene da lontano e che andava ricapitolato. Spesso poco raccontato. Ma generoso. Prima di Greta c’erano i Gar (Gruppo Azione Risveglio) e i Gre (Gruppi di ricerca ecologica) e l’impegno pionieristico del leader missino Pino Rauti, «firmatario, nel 1982, della prima proposta di legge in difesa dell’ambiente mai presentata nel Parlamento italiano».  C’era il pensiero ecologista di Rutilio Sermonti e l’iniziativa di Fare Verde (vedi il lavoro di ricerca promosso da Barbadillo e citato nel saggio). C’era soprattutto un grande testimone: Paolo Colli – fondatore di Fare Verde ed esponente della comunità politica di Colle Oppio –, andato via troppo presto per un male incurabile. Uno di quelli che sul campo ha dato tutto se stesso – in prima linea nel volontariato in Kosovo e Nigeria –, pagandone gli effetti sulla propria pelle. Quel che resta della sua testimonianza è un esempio solare di umanità e passione.

@fernandomadonia

@barbadilloit

[Fonte: www.barbadillo.it]

[gallery ids="7490,7484,7485,7486,7489,7487,7488"]

Conservare la natura – Da pagina 149 a pagina 155




"Ugo Venturini - Un operaio dimenticato", la prima vittima degli anni di piombo, di Massimo Lionti


Un operaio dimenticato - 1Un operaio dimenticato - 2

Cinquant’anni sono il discrimine temporale nel quale si dimentica o si ricorda per sempre. E noi abbiamo il dovere di custodire e trasmettere la memoria dei nostri Caduti e riabilitare le verità negate affinché diventino Storia. E tutta la tragica stagione dei cosiddetti “anni di piombo” esige una rilettura anche politica ed una ricostruzione attenta dei singoli episodi che restituisca il quadro di insieme e racconti, tra luci ed ombre, quale strategia sia stata orchestrata per alimentare gli opposti estremismi e la logica del “nemico principale”.
E’ una storia che non riesce a passare quella degli anni bui e di piombo; non passa perché  troppi assassini sono rimasti impuniti e perché contro il ricordo dei nostri martiri, “il vento soffia ancora” , ieri come oggi, lo stesso vento dell’antifascismo militante e della logica per cui “uccidere un fascista non è un reato”.
In queste pagine – e ringrazio l’Autore per il lavoro serio ed appassionato – si ricorda il sacrificio di Ugo Venturini, giovane operaio edile e militante missino, ferito a morte il 18 aprile 1970, mentre assisteva a Genova in Piazza Verdi  ad un legittimo comizio elettorale del Segretario Giorgio Almirante. E’ la storia del primo caduto missino dei lunghi “anni di piombo”; non c’è una sparatoria, uno scontro armato o una traccia di terrorismo come non c’è nessuna responsabilità – tranne la propria fede politica e l’appartenenza ai Volontari Nazionali – riconducibile alla vittima ma lo scenario è quello di un agguato vigliacco, un assalto come tanti in quegli anni,  per impedire lo svolgimento di una manifestazione del MSI. Insomma, la persecuzione di un’Idea, la violenza e l’odio politici.
Contro il palco e la Piazza del comizio del MSI, quel giorno i “democratici” contestatori lanciarono sassi, pietre e bottiglie piene di sabbia, una di queste colpì e ferì Ugo Venturini che morì il 1 maggio successivo, dopo giorni di agonia; il giornale “Lotta Continua” titolò trionfalmente disgustoso: “Giustiziato il fascista Venturini” e nessun ricorda alcun gesto di pietà pubblica. Solo fiumi di odio da parte delle forze politiche avversarie, negligenze nelle indagini che non fecero mai piena luce sui fatti di quel giorno, sulle identità e  responsabilità degli aggressori e, anche in questo caso,  gli assassini sono rimasti impuniti.
Nell’accurata ricostruzione di Massimo Lionti non mancano elementi e riferimenti importanti a quella “nulla giudiziario” che ha avvolto il caso Venturini,  alle  responsabilità non sufficientemente indagate degli aggressori  ed alla pista di Lotta Continua, una delle maggiori formazioni della sinistra extraparlamentare italiana, che negli anni ha supportato la lotta armata, la stessa praticata anche da Potere operaio e dalle cellule dell’ultrasinistra che hanno agito nelle maggiori città italiane compiendo  crimini per lo più rimasti senza autore.
Ugo Venturini è stato pianto e ricordato negli anni solo dal Msi, da quelli della sua stessa parte e poi da quella comunità umana che non ha voluto dimenticarlo neanche nella diaspora di un mondo politico; e ad ogni ricorrenza e commemorazione l’antico odio comunista riprende consistenza e si scatena in contromanifestazioni per un nuovo oltraggio anche alla memoria. Non viene accettato neppure il diritto di intitolare al  suo nome di martire le nostre sedi ed i circoli di Partito, più volte assaltati né viene riconosciuto il dovere della città di Genova perchè non si deve ricordare “il Fascista Venturini”. E  non è stato facile né indolore arrivare al primo aprile 2012, all’ intitolazione del Viale (la targa è stata successivamente danneggiata nel 2015 e ripristinata) a distanza di un anno dalla delibera del Municipio interessato e del parere favorevole (finalmente!) della Commissione Toponomastica del Comune.  E se questa è la cronaca della mancata pacificazione nazionale, la sua storia viene da lontano e voglio raccontarne una parte riportando qualche stralcio dell’editoriale “Chi sono, chi siamo”, di mio padre Pino Rauti comparso sul Secolo d’Italia l’11 gennaio del 1979, nel primo anniversario della strage di Acca Larenzia (Roma), quando Il  Ministero degli Interni aveva vietato ogni manifestazione di commemorazione. “(…) si realizza, lo stesso “gioco”: lo stesso squallido e sanguinoso giuoco: mettere in piedi un meccanismo di tensioni, di azioni e di reazioni, di esasperazioni, che poi fanno da retroterra ad oscuri e torbidi episodi il cui risultato politico è uno solo, quello di continuare a scagliare la sinistra più o meno estrema contro i giovani del nostro schieramento politico. E intanto l’antifascismo si rimobilita, dà fiato a tutte le sue trombe, rincolla i suoi cocci (…).Ogni ragionamento coerente appare ormai insufficiente. Perché viviamo in tempi nei quali il livello di violenza, tende ad espandersi, e il suo richiamo torbido e vischioso filtra, si insinua e si diffonde per mille e mille rivoli, (…); soprattutto quando sull’altro versante politico, sia il sistema nel suo complesso e sia la sua “ala sinistra” continuano ogni giorno ad assestare i colpi della sopraffazione, della più ottusa discriminazione (…).

Rauti rivolge un ’appello ai giovani di destra contro la deriva del terrorismo e li esorta a non cadere nella trappola ed a superare gli opposti estremismi e “l’istigatissimo odio forsennato”: “ Il terrorismo non è nostro; non è nelle nostre tradizioni, non c’è mai stato; non ha il benché minimo diritto di entrarvi. (…) Esso promana dall’anarchismo, ha accompagnato e quasi ritmato le fasi più aspre della lotta politica marxista, ha trovato il suo nuovo rilancio nel partigianesimo durante la seconda guerra mondiale ed è lì, infatti, che si riferisce e si autogiustifica; Noi veniamo da un’altra storia, da ben altro filone di vita e di battaglia; (…); noi veniamo dal combattentismo, dal volontariato, dall’arditismo; da tutto ciò che, anche in termini di durezza, ha sempre, dico sempre, postulato il pagare in prima persona, il battersi a viso aperto; il non colpire mai alle spalle; il non emergere vigliaccamente dall’ombra; il non coinvolgere gli innocenti e gli inermi”.

Questa era ed è la differenza tra noi e loro. E la riflessione ,contenuta nell’articolo, sulla violenza politica di quegli anni rappresenta un documento storico valido e di valore ancora oggi, utile per interpretare la cronaca e per leggere la storia che ci portiamo dentro ed addosso. E per non dimenticare chi siamo e da dove veniamo e per onorare chi è caduto durante il cammino.

Isabella Rauti
(Presidente del “Centro Studi Pino Rauti”)




Secolo d’Italia - La Mozione che reca come primo firmatario l’on Rauti “Spazio Nuovo” (inserto del 15 settembre 1979)


La Mozione che reca come primo firmatario l’on Rauti “Spazio Nuovo” [testo]; Le adesioni

Secolo d’Italia del 15-9-1979 – La mozione “Spazio Nuovo” – Pp 1-12
[File pdf – 2 Mb]

Mozione-Rauti-pag1  Mozione-Rauti-pag2 Mozione-Rauti-pag3 Mozione-Rauti-pag4 Mozione-Rauti-pag5 Mozione-Rauti-pag6 Mozione-Rauti-pag7 Mozione-Rauti-pag8 Mozione-Rauti-pag9 Mozione-Rauti-pag10 Mozione-Rauti-pag11 Mozione-Rauti-pag12




Intervista a Pino Rauti estratta dal video “Nero è bello” di Giampiero Mughini del 6 dicembre 1980


https://www.youtube.com/watch?v=dBLfAQ5rMZA




Pino Rauti sulla mozione "Spazio Nuovo" al XII Congresso Nazionale del Movimento Sociale Italiano - Destra nazionale, Napoli, 6 ottobre 1979


https://www.youtube.com/watch?v=wog_0y4-atM