Il Tempo – L’altra destra di Pino Rauti

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«C’era una volta l’Msi» e l’uomo che liberò il partito dalla sindrome dell’assedio

Il segretario tentò lo sfondamento a sinistra ma la sua linea fu sconfitta da Almirante

L’altro giorno sul Corriere della sera, Paolo Mieli citava Pino Rauti e Franco Servello a proposito
del Msi ancora legato a Salò, antiamericano ed evoliano. In realtà Servello, venuto dall’America e tutt’altro che
«repubblichino» ed evoliano non c’entrava affatto. Rauti invece…
Ieri era il quarto anniversario della sua morte.
Ricordo l’affollato funerale in San Marco a Roma. Sfilò tutto il mondo missino, i nostalgici, i moderati e i rivoluzionari.
Quando apparve Fini fu contestato con feroce durezza. Fu un documentario dal vivo di un mondo ferito e non suoni
strano quel «vivo» riferito a un funerale. Da qualche anno le manifestazioni più vive e affollate della destra ex-missina sono state i funerali. Non c’è solo l’antica familiarità missina con i riti nostalgici per i caduti e l’estetica mortuaria ereditata da Salò. C’è la percezione comune di un mondo che volge alla fine.
Pino Rauti rappresentò nel Msi, e fuori dal Msi – l’altra destra, sociale e culturale, prima aristocratica e poi popolare, radicale, movimentista, europea e rivoluzionaria.
Rauti tentò la folle impresa di far politica a colpi di idee e visioni del mondo. Trasferì la nostalgia del piccolo mondo missino dalla Repubblica Sociale al Sacro Romano Impero, immettendo il fascismo nel più maestoso fiume della Tradizione, con la T maiuscola. Sognò l’Europa in pieno nazionalismo missino, lanciò il comunitarismo in pieno cameratismo, scoprì l’ecologia in piena ideologia e istigò alla lettura giovani militanti, sottraendoli al puro attivismo e alla retorica patriottarda.
A lui si avvicinò l’ala colta giovanile che non si accontentava dei saluti romani e del tricolore, leggeva Evola e lo preferiva a Gentile, faceva i campi hobbit e riteneva il liberal-capitalismo il nemico principale. Rauti esortò a leggere e pensare un ambiente versato nell’azione, nell’etica della sconfitta e nell’estetica
del risentimento.
«Veniamo da lontano» fu il suo motto. Aveva la lungimiranza ideale dei grandi miopi e la scarsa dimestichezza
pratica. Le sue lenti spesse lo resero un alieno per la destra militante. Rauti perse la sua aura intellettuale quando perse
le diottrie, dopo un’operazione agli occhi.
È come se si fosse secolarizzato, spogliandosi delle sue lenti. Le idee che mossero il mondo fu il suo libro più noto (e poi l’imponente Storia del Fascismo scritta con Rutilio Sermonti).
Adepto dei Figli del Sole, Rauti cercò in un primo tempo di trasferire il pensiero aristocratico di Julius Evola nella militanza politica del Msi, poi di Ordine nuovo e poi ancora del Msi, in cui rientrò. Subì il carcere, trascinato in seguito alla
strage di Milano; ne uscì indenne, eletto a pieni voti in Parlamento nelle elezioni del ’72.
Poi, alla morte di Evola, sul filo delle sue opere più trasgressive – come Cavalcare la tigre – Rauti intraprese, lui di destra
tradizionale, un percorso inedito che lo portò a vagheggiare «lo sfondamento a sinistra» e l’alleanza rivoluzionaria. L’impresa si condensò soprattutto in una vivace rivista quindicinale, Linea, che ebbe un ruolo decisivo nella nascita della cosiddetta Nuova Destra, dopo riviste di nicchia come Civiltà o Presenza. Nuovi suggestivi scenari, pur occhieggiando al
fascismo sociale e rivoluzionario.
Liberava la destra militante dalla sindrome dell’assedio, del ghetto e della guerra civile permanente con la sinistra.
Ma la linea rautiana non ebbe interlocutori a sinistra e trovò scettica ironia a destra; si perse nel fumo astratto di una lotta al liberalcapitalismo senza compagni di strada né strumenti adatti. La sua linea fu sconfitta da Almirante che aveva più grande fascino oratorio e sapeva toccare le corde della nostalgia. Almirante ti guardava negli occhi con i suoi occhi
azzurri; lo sguardo di Rauti si perdeva nei vetri dei suoi occhiali.
Nessuno dei due poteva dirsi stratega politico: Rauti guardava troppo lontano, Almirante troppo vicino. L’uno
faceva della politica una Visione del Mondo seppure piuttosto nebulosa; l’altro faceva della politica un sublime teatro di piazza e di video, una fiammata che durava l’arco di un comizio.
L’Ideologo e l’Artista.
Per galvanizzare i militanti Rauti soleva dire che il peggiore dei nostri è meglio del migliore dei «loro»; frase utile per cementare un ambiente diviso, ma non veritiera.
Spingeva le menti più deboli verso uno stupido settarismo.
La sezione non era il tempio di un ordine cavalleresco, c’era un mix di epica e folclore, forti idealità e stile pittoresco.
L’audace svolta a sinistra di Rauti avvenne sull’orlo della scissione di Democrazia nazionale dal Msi. Rauti restò nel Msi capeggiando una corrente di minoranza e di opposizione interna ad Almirante e poi a Fini. La sua casa madre fu per
anni in via degli Scipioni in Roma, un centro politico-librario in cui transitavano militanti elettori.
Poi la breve ma infelice esperienza di segretario del Msi, fin troppo cauto, schierato a fianco della Nato nella guerra contro Saddam Hussein, lui che rappresentava la destra filopalestinese e antiamericana (mentre Fini, al seguito di Le Pen, andava a trovare il dittatore irakeno). Negli anni seguenti, gli ex rautiani superarono di granlunga i rautiani e si disseminarono ovunque. Larga parte dei finiani di Futuro e libertà, provenivano dalla Linea futura rautiana e poi antifiniana.
Con la nascita di An, Rauti abbandonò il partito e suo genero, Gianni Alemanno, e tentò la vana impresa di rianimare
la fiamma tricolore.
Finì male, tra diaspore e microscissioni; più che un partitino sarebbe stata più utile una Fondazione per formare i giovani
e garantire la continuità con le radici sul piano storico e culturale. Passò per nostalgico, lui che ai tempi in cui Fini esaltava il Duce, incitava ad andare oltre il fascismo. Rivoluzionario sul piano delle idee, Rauti era una persona mite e cortese, con una vita tranquilla, sindaquandoera redattore de Il Tempo, attaccato alle sue abitudini domestiche (i più intransigenti camerati gli rimproveravano la pennica pomeridiana, il braccino corto, il familismo).
Rauti può dirsi l’Ingrao della destra o forse il Bertinotti.
Restò a mezz’aria tra la politica e la cultura, ma fece un pezzo di storia del Msi, e non la peggiore. La brutta fine della destra esaltò per contrasto la statura di personaggi come Rauti.
Non solo le sue lenti erano di spessore. Mancò la fortuna, forse il coraggio, non
il valore. (2/Continua)

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