Vicende “sbalorditive” al Tribunale di Roma

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[La data originale di pubblicazione del presente articolo è precedente a quella attuale – © Centro Studi Pino Rauti – Tutti i diritti riservati]

Quello che sta venendo alla luce al Tribunale Fallimentare di Roma, ha dell’incredibile e sono da attendersi davvero sviluppi clamorosi dopo i primi clamorosi arresti di un Giudice, e di un imprenditore, “consulenti” vari già avvenuti.

Emergono sempre nuovi “filoni” finora rimasti stranamente nascosti o trascurati anche da chi, nello stesso Tribunale di Roma avrebbe pur dovuto seguire questo tipo di vicende. Emerge per esempio il crack della “Cirio”; perché nell’agosto dell’anno scorso i giudici romani Grimaldi, Baccarini e Vitalone rimettevano Sergio Cagnotti “alla guida del suo impero – come leggiamo su “La Repubblica”, a firma di Marino Bisso – nonostante, indagato per concorso in truffa e false comunicazioni sociali, fosse sull’orlo della bancarotta”. E se gli inquirenti umbri puntano sulla Cirio, i magistrati romani si stanno concentrando su un altro fallimento, quello della <<Dragomar>>, “una strana storia di navi ormeggiate Beirut e palazzi svenduti: un’indagine dove compare anche il nome di un imprenditore, citato anche negli atti di Telecom Serbia, in contatto con faccendieri del calibro di Flavio Carboni e Francesco Pazienza. Ma non solo: i pm Giuseppe Cascini e Stefano Pesci stanno valutando la posizione di funzionari, avvocati e commercialisti e le loro parcelle d’oro. Compensi fino a centinaia di migliaia di euro che finivano sempre nelle stesse tasche. Gli amici degli amici o meglio collaboratori e consulenti di fiducia di Baccarini, Vitalone e degli altri giudici della sezione fallimentare…”.

Il fatto è che i professionisti indicati nell’elenco dei curatori sono oltre 2500, ma a lavorare erano sempre gli stessi, una trentina. Come mai? Per gli ispettori del Ministero guidati da Giovanni Schiavon si trattava di incarichi al di fuori di qualsiasi «criterio di rotazione con irregolarità macroscopiche», Oltretutto stando all’Ordinanza dèl Gip umbro Mattini, i compensi ai coadiutori sono stati liquidati spesso in modo arbitrario e illegittimo mediante retribuzioni mensili, attribuite a tempo indeterminato e con importi mensili fissi, senza quindi che venisse operato alcun controllo e valutazione in relazione alla qualità e quantità del lavoro svolto nell’espletamento dell’incarico…”.

C’è poi un vorticoso giro di consulenze super-pagate; a favore, tra altri, di Ercole Pugliese, un suo collega di studio e un suo cugino e suo fratello Massimo.

Avviene così che “ai professionisti dello studio Pugliese, se dei 380 incarichi conferiti dal ‘97 in poi, il 60% arrivano dal giudice Baccarini. Il commercialista Luciano Quadrini, anche lui arrestato, invece, riceve dal 2000, 57 incarichi. Altri consulenti fortunati fanno parte della famiglia Puglisi Alibrandi: l’avvocato Antonio PuglisiAlibrandi (riceve 18 nomine) e per un concordato preventivo riceve un compenso di 720 mila èuro. L’avvocato Filippo Puglisi riceve altri 17 incarichi. Anche a Francesco Colistra «notaiò di fiducia di Baccarini come appare dai rogiti immobiliari» scrivono gli inquirenti, vengono affidate molte pratiche. «Gli ispettori hanno però riscontrato la sistematica assenza della relazione notarile a giustificazione delle spese». Il notaio Colistra, è un noto professionista, che ha siglato nel ’94 la nascita di Forza Italia, è legato al Coni e al circuito delle cartolarizzazioni. Ed è la moglie del giudice Baccarini a firmare il rogito nello studio Colistra per la villa acquistata a Santa Marinella dalla Ipm Immobiliare di cui è presidente Filippo Alibrandi Puglisi, quello stesso consulente in tante pratiche della Fallimentare.

Da segnalare ancora che – scorrendo le cronache del “Messaggero” (a firma di Italo Carmignani e di Valentina Errante – agli inquirenti di Perugina sono arrivati in questi giorni “centinaia di denuncie”. Decine i fascicoli da esaminare. “E la bufera sembra soltanto all’inizio” Infatti “l’ipotesi accusatoria è che dietro l’affidamento dei fallimenti ci fosse un enorme giro di denaro, milioni di euro e parcelle certe per i curatori «amici», che avrebbero pagato mazzette per incarichi sicuri e sarebbero stati disposti anche a distrarre denaro dalle curatele: Inoltre la procura sospetta che alcuni fallimenti siano stati pilotati. Decisi forse in quelle che in gergo venivano chiamate, «Camere di consiglio volanti», con due giudici invece di tre.

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